Vacanze in Trentino: San Martino di Castrozza, natura sport e cultura

Vacanze in Trentino, San Martino di Castrozza
San Martino di Castrozza

San Martino di Castrozza, Passo Rolle e Primiero ai piedi delle Pale di San Martino sono lo scenario delle vacanze in Trentino, tra mille opportunità di vivere natura, sport e cultura.

A San Martino sembra di poter toccare le montagne con un dito e la natura si integra perfettamente con il piccolo centro alpino, permettendo una vacanza in quota – siamo a 1.450 metri sopra il livello del mare – con tutti gli agi e le comodità di una capitale alpina estiva ed invernale. Per gli appassionati di vacanze in Trentino è la meta ideale: le attività spaziano dalle classiche escursioni a tutte le altitudini, ai percorsi del Parco Avventura Agility Forest e Bike Arena, al nordic walking, ai divertenti parchi gioco per lo svago dei bambinied il relax degli adulti.

La natura

Le Pale di San Martino dominano incontrastate, maestose ed eleganti. Ovunque si giri lo sguardo, eccole, a toccare il cielo alcune sfiorando, altre superando i tremila metri di altezza. Sono le cime che formano le Pale di San Martino, il più esteso gruppo montuoso delle Dolomiti.

Vacanze in Trentino, Pale di san martino di castrozza
Pale di san martino di castrozza

 

 

 

 

Le celebri montagne, dal Cimon della Pala alla Vezzana, dalla Rosetta alla Pala, dal Sass Maor alla Madonna, via via passando per la Cima Canali fino ad arrivare alla liscia parete dell’Agnèr, formano una corona circolare che delimita un vasto altopiano di circa cinquanta chilometri quadrati di roccia calcarea, puntellata qua e la da papaveri gialli, sassifraghe, genziane e stelle alpine.

Da Passo Rolle a San Martino di Castrozza, dai paesi di Primiero alla Val Canali, passando per Sagron Mis, risalendo il Valles e ricongiungendosi sul valico di Rolle, eccole, a delimitare Primiero e Agordino. Si ammirano anche dal Vanoi, e fanno da sfondo ideale al lago di Calaita.

Trekking,  rifugi da non perdere

Cinque i rifugi da raggiungere per trovarsi al centro di questo mondo:

Altipiano delle Pale, luogo lunare, misterioso tavolato di pietra sospeso a 2.700 metri d’altezza. L’Altopiano centrale delle Pale di San Martino è vastissimo e nascosto; il pianoro non è uniforme e piatto, ma obbliga a districarsi fra conche, risalti e deviazioni per evitare profonde crepe nella roccia. L’Altopiano è lungo circa 10 chilometri e largo 5 e si distende a una quota fra i 2500 e i 2700 metri. La natura rocciosa di quest’incredibile ambiente, inserito per gran parte nel territorio del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino, lascia ogni spettatore senza parole così oggi come ieri, quando celebri alpinisti a fine ottocento lo scoprirono per la prima volta.

Vacanze in Trentino, San Martino di Castoro, rifugio Rosetta
Vacanze in Trentino, San Martino di Castoro, rifugio Rosetta

 

 

 

 

 

Dal Rifugio Rosetta (m2581) si va verso est e subito s’imboccano i segnavia rossi che portano in una quarantina di minuti al Passo Pradidali Basso (m2655), donde possibilità per il Rifugio Pradidali. Qui si prende il sentiero che valica a sinistra una collina rocciosa. La sella seguente, a m2716, è chiamata Passo di Fradusta e anche da qui si potrebbe scendere al Rifugio Pradidali. Alcune indicazioni ora conducono al facilissimo Ghiacciaio della Fradusta, largo un chilometro, che si attraversa facendo attenzione al ghiaccio vivo a tarda estate. Si raggiunge una dorsale dalla quale si può salire in vetta alla Fradusta.

Proseguire e arrivare sull’orlo della grande dolina detta Foch de Sora, nella quale ci si abbassa. Segue il Foch de Sot, che si attraversa costeggiandolo ad arco. Si traversa un’altra conca e si raggiunge il Passo Canali (m2469). Magnifico panorama sulle crode della Catena Meridionale delle Pale di San Martino! Si riprende ora il sentiero che scende per ghiaie nell’Alta Val Canali, si porta in direzione delle belle Cime dell’Alberghet e del Coro e costeggia quindi la testata della valle. Tralasciare le diramazioni di sinistra (tre, porterebbero fuori strada!).

Per costoni erbosi, tratti rocciosi e con percorso vario, il sentiero s’abbassa stando sotto le rocce della Cima Sant’Anna, sulla sinistra della valle, cala su un campo detritico o nevoso ed entra infine nel bosco. In pochi minuti si arriva al grazioso antico Rifugio Treviso in Val Canali.

Memorabili i ricordi e le impressioni dello scrittore e impavido alpinista Dino Buzzati, il quale ispirato dallo spettacolo dell’Altipiano scrisse Il deserto dei tartari. Per chi vuole vivere in prima persona l’emozione di scoprire le Pale di San Martino Dolomiti Patrimonio UNESCO vivendo l’esperienza unica di una vacanza da rifugio a rifugio sull’Altopiano, imperdibile il Palaronda Trek, una delle proposte top dell’estate. Due le versioni tra cui scegliere: il Palaronda Soft Trek, che prevede percorsi adatti a tutti, e il Palaronda Hard Trek per gli escursionisti più esigenti.

Le vostre vacanze in Trentino saranno  scandite da appuntamenti musicali, culturali e folkloristici che arricchiscono la vacanza, con la montagna dedicata anche ai più piccoli ai quali è riservato il programma e l’iniziativa Family Fun.

Castel Volturno: la camorra, il terremoto e i migranti. Storia atipica di Gomorra

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Con la camorra di Castel Volturno, «Mama» Messy Bardan non c’entra nulla. Anzi, lei simboleggia l’allegria di Dio. Suona e canta e balla mentre invita il Signore «a benedire la santa domenica» degli evangelici riuniti sotto il nome di Betel, l’antica Samaria. Loro, i samaritani, ringraziano con pensieri e parole rigorosamente in inglese. E pure con gli abiti migliori, colorati e scintillanti, scelti uno ad uno prima di presentarsi al cospetto dell’Onnipotente, «colui che ci protegge». E fa nulla che il tempio di via Palermo sia arrangiato in un ex garage abbandonato: ormai sono una parte fondamentale della comunità.

MIGRANTI, VITE DI SCARTO

I migranti cominciarono ad arrivare a Castel Volturno, l’altra Gomorra di Caserta, già dalla metà degli anni Ottanta. Poi è letteralmente raddoppiata nel corso degli anni Novanta ed è tutt’oggi in crescita. Nel 2015 l’anagrafe municipale ha censito 25.412 residenti, dei quali 3.941 stranieri. Come dedurre, allora, le altre presenze extraitaliane? Il Comune ha semplicemente quantificato la produzione dei rifiuti urbani: corrisponde a quella di un comprensorio da 60 mila abitanti. Procedendo per grande difetto, «significa che sul territorio abitano almeno 20 mila clandestini», spiega Dimitri Russo, il battagliero sindaco anticamorra del Pd eletto nel giugno del 2014. «Ma siccome il disinteresse è generale abbiamo una sola arma: fare di Castel Volturno un caso nazionale e internazionale».

Un caso che si palesa soprattutto a Riva destra, Pescopagano e Parco Saraceno, i sobborghi africani (usi e consumi compresi) perché abitati quasi esclusivamente da migranti. E si coglie in tutta la sua straordinaria complessità lungo la statale Domiziana, lo stradone che taglia in due il comune, dove di spaccia a vista, la prostituzione è h24 e i caporali raccattano i braccianti per le vaccherie e i campi di pomodoro. La questione è che nessuno vuole vederla, questa città. La sua presenza viene ammessa soltanto quando non se ne può fare a meno. Come la sera del 18 settembre 2008, quando il commando del casalese Giuseppe Setola, detto «’a puttana», ha ammazzato sette persone in quindici minuti. Più in generale, i fari si accendono soltanto se si palesano le tensioni tra migranti e italiani. Il 10 luglio 2014 l’episodio visibile: due africani gambizzati dai bianchi per puro odio razziale e la conseguente rivolta di un centinaio di immigrati.

QUI C’ERA LA CAMPANIA FELIX

Ecco, a ogni episodio siffatto torna facile l’equazione «Castel Volturno uguale Storia criminale». Ma queste sono soltanto storie nella Storia, che invece qui in passato ha viaggiato in prima classe. Prendiamo Publio Papinio Stazio (Napoli, 40-96 d. C).

La terza poesia del quarto libro delle Silvae è la sua opera più importante. Ma non per ragioni artistico-letterarie: il poeta è l’unico ad aver mai descritto la costruzione di una strada in epoca romana. E, guarda un po’, questa strada è proprio la Domiziana, la statale di Castel Volturno. L’opera di Stazio è così esclusiva che gli storici (e l’Anas) l’hanno ancora a riferimento. E poi, contrariamente a quello che la retorica turistica assegna a Napoli, a Capri e alla costiera amalfitana, era questa la Campania felix. Evolvendo, l’uomo si è premurato di renderla infelix. L’inizio della fine porta una data ben precisa: 23 novembre 1980. Il giorno del terremoto dell’Irpinia.

ROCKY ROBERTS E LOLA FALANA

Fino ad allora la costa di Castel Volturno era destinata alle seconde case della media o piccola borghesia napoletana. Per la verità c’erano anche le case bruttine, quelle del Villaggio Coppola Pinetamare, abusive già nella fase di edificazione e che però mantenevano un loro contegno. Ma c’è di più: questo Villaggio a mezz’ora di auto da Napoli per un periodo venne addirittura consacrato come la «California d’Italia».

L’investitura arrivò con il film Stasera mi butto, anno 1968, ambientato nel Grand Hotel Pinetamare. C’erano Rocky Roberts e Lola Falana, Franchi&Ingrassia, Nino Taranto e un giovanissimo Giancarlo Giannini. La visione è consigliata: si tratta di un «musicarello» gaio e spensierato, padre di un ottimismo che nel Villaggio ha resistito pure nei sanguinosi anni Settanta: vino, pesce fresco, mozzarella, barche a vela e tanta leggerezza contro gli Anni di piombo. È questo il momento migliore di Castel Volturno, un fenomeno turistico da 350 mila presenze all’anno. Siccome però le cose andavano troppo bene, a cominciare dalla disoccupazione quasi azzerata, si è trovato il modo per trasformare il fenomeno in un mostro. È il Sud, bellezza.

 

IL TERREMOTO E LE OCCUPAZIONI

Quando il terremoto del 1980 colpì di striscio anche Napoli, i governi di Arnaldo Forlani e Giovanni Spadolini (entrambi, peraltro, a trazione meridionale) prima requisì una parte di abitazioni per portarci cinquemila sfollati, poi tollerò che le case fossero occupate da balordi di ogni risma in cerca di una casa al mare più che di un tetto sotto cui dormire. Insomma, a Castel Volturno furono assegnate e destinate quelle che Zigmunt Bauman chiama «le vite di scarto», prontissime a mescolarsi con l’antica criminalità organizzata di Casal di Principe e dell’Agro Aversano. Da lì al degrado è stato un attimo. Col tempo sono rimasti soltanto i nativi, ora vittime di una disoccupazione giovanile vicina al 90 per cento. I borghesi napoletani che avevano difeso le loro case fino alla metà degli anni Novanta, si sono arresi, fuggendo tutti, ma proprio tutti. La conseguenza dell’abbandono è un territorio di 72 chilometri quadrati martoriato da migliaia di edifici abbandonati, fatiscenti, facili da occupare e in preda dei clandestini. Non a caso, secondo varie inchieste giudiziarie, i pochi espulsi dall’Italia perché inneggianti all’Isis e al califfo Abu Bakr al-Baghdadi sono tutti perlomeno transitati da queste parti.

AFFARI DISPERATI

Tuttavia, la maggioranza dei migranti di Castel Volturno sono disperati pronti a qualsiasi manovalanza. Alcuni si arrangiano lavorando in nero nell’edilizia o nei campi agricoli del Nolano e del Casertano. Per il resto, rappresentano il migliore mercato del lavoro per la camorra. Lo dimostrano i dati dei carabinieri (il 90 per cento dei clandestini delinquono) e le decine di arresti per falsi, droga e prostituzione, tutti business appaltati dai Casalesi alle organizzazioni criminali africane.

I falsi (borse, bigiotteria, occhiali) finiscono nelle grandi città, da Milano a Napoli, e d’estate sulle spiagge dell’intero Stivale dove le acquistano ignare persone perbene (ma sono poi così ignare?), contribuendo così al fatturato della camorra. Droga e prostituzione, invece, si praticano sulla Domiziana. Qui gli spacciatori utilizzano anzitutto la «tecnica del passaggio»: si piazzano in due a una fermata dell’autobus, uno a piedi, l’altro in bicicletta. Il primo sale sulla macchina del cliente, il secondo recupera la droga depositata nei pressi della fermata. L’automobile percorre pochi metri e si stoppa, il ciclista arriva e consegna, il complice scende con i soldi in tasca, l’automobilista se ne va. Quanto alle squillo, le decine di ragazze su strada sono così giovani da risultare commoventi quando scimmiottano le pornodive.

LO STATO ASSENTE

Davanti a tutto questo, lo Stato poco fa e niente vede. Per esempio, la presunta integrazione degli immigrati è delegata (con soldi) alle solite associazioni private, vere o fasulle. Il Comune di Castel Volturno, invece, è allo stremo: al momento conta 55 milioni di euro di debiti sulle spalle, accumulati nel passato anche da amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose. Il municipio dispone di un solo assistente sociale, zero mediatori culturali e appena 14 vigili urbani, peraltro in età avanzata.

Quanto al  commissariato locale, è attivissimo ma dispone di poche volanti per controllare un territorio sterminato, sul quale insistono pure 30 chilometri di litorale. Ma più che nel resto, lo Stato che non vuole vedere si manifesta nella videosorveglianza. Annunciata in pompa magna, non funziona, le telecamere sono quasi sempre spente: si è scoperto in occasione di tre omicidi. Il commento del sindaco Russo è caustico: «I vari Graziano Delrio e Laura Boldrini sono concentratissimi sulla Casal di Principe del mio amico e collega Renato Natale. Casale, però, è stata soltanto la sede legale della camorra. Mentre la vera devastazione i boss l’hanno portata soprattutto tra noi».

CRIMINALI E MICROCRIMINALI

Un esempio, fra tanti, riguarda Paolo Diana, detto «Scarpone», imprenditore di Castel Volturno nel settore dei trasporti e del commercio di autoveicoli. Il Gico della Guardia di Finanza gli ha anche  sequestrato beni per oltre 21 milioni di euro: 24 fabbricati e 44 terreni tra Roma, Castel Volturno e Villa Literno; 2 automobili; 52 rapporti finanziari, 9 pacchetti azionari e 4 società. Non solo.

Secondo l’accusa, Diana forniva auto «pulite» per gli agguati di camorra, faceva da basista, ospitava nelle sue case di Castel Volturno latitanti e camorristi dai soprannomi espliciti: Domenico Bidognetti detto «Bruttaccione», Luigi Guida («’o drink»), Egidio Coppola («Brutus»). Sindaco, però lei ha sostenuto che quando la camorra era più forte, gli immigrati si comportavano meglio. «Garantendo tranquillità a tutti, i clan accumulavano prestigio. Ora, con i boss in carcere, si è moltiplicata la microcriminalità».

LA BATTAGLIA DEL SINDACO

Pur di aprire gli occhi di Roma e del mondo, Russo fa di tutto: abbatte i muri costruiti lungo le battigie per liberare gli accessi al mare; filma i vigili urbani infedeli al loro lavoro; induce due consigliere comunali a fingere di essere prostitute per incastrare i clienti. Sindaco, e se fosse illegale? «Farebbe nulla: sapevo che scegliendo questa vita una mezza dozzina di avvisi di garanzia mi sarebbero toccati. Tanto vale riceverli per far rinascere la mia città». Ma una via d’uscita c’è? «Il Comune nulla può fare, serve lo Stato. Bisogna convincere i napoletani a tornare qui in vacanza e a riappropriarsi delle case abbandonate, l’80 per cento del patrimonio edilizio, per sottrarlo ai clandestini. Insomma, occorre ritrovare normalità: finiamo il lavoro contro la camorra, perseguiamo i microcriminali e ripuliamo il territorio, a partire dal mare».

I REGI LAGNI

Le acque di Castel Volturno, infatti sono inquinate: è colpa dei Regi lagni. Costruiti sotto la dominazione spagnola del vicerè Pedro Fernández de Castro y Andrade, furono realizzati in appena sette anni, dal 1610 al 1616 (a proposito di efficienza dello Stato…). Rappresentano un’enorme rete fognaria lunga 56 chilometri, ampia 110 ettari, servono 99 comuni e circa due milioni e ottocentomila persone, industrie comprese. I problemi sono tanti. Il primo è che all’epoca degli spagnoli in quei 110 ettari abitavano 200 mila persone al massimo e, soprattutto, le industrie non esistevano.

Il secondo problema è che lungo il percorso la gran parte dei depuratori  non funzionano o funzionano male, e già dagli anni Novanta. Il terzo è che uno dei canali principali sfocia nel mare di Castel Volturno. Ed ecco perché l’Unesco  considera la città uno dei tre siti ambientali più devastati al mondo. Così Russo: «Sono due decenni che lo Stato promette di bonificare. Ma gli interventi sono a macchia di leopardo e servono relativamente. Invece ci vuole un grande piano ambientale». E se non arriverà «ci saranno azioni dimostrative enormi».

Auguri sindaco, i migliori auguri a lei e alla sua terra. Per il momento, però, mandanti ed esecutori dell’imboscata alla sua «California d’Italia» continuano liberamente ad accanirsi su un corpo già moribondo. Con l’aggravante che si continua a occultare la vittima: Castel Volturno, la Gomorra che nessuno vuole vedere.

Egitto: l’incidente aereo Egyptair e le minacce al governo

Egitto: incidente aereo
Ansa

In Egitto, sull’episodio dell’aereo egiziano della compagnia Egyptair precipitato tragicamente nel Mediterraneo, in assenza di rivendicazioni e in attesa di evidenze dalle indagini, non è ancora possibile determinare la dinamica dell’incidente aereospeculare sull’attentato puntando il dito contro eventuali autori.

Tuttavia, resta evidente che in Egitto è in atto da tempo un tentativo ragionato e di ampio respiro per portare il paese al collasso e sostituire il governo attuale con una nuova e diversa realtà.
Se fosse confermata la pista dell’attentato, ad esempio, sarebbe verosimile la volontà di destabilizzare la leadership di Al Sisi: minacciare il governo in carica facendo fuggire il turismo, piegando l’economia e raccontando al mondo che il paese non è più un posto sicuro.

Sotto tale peso, il governo potrebbe cadere in un futuro neanche troppo lontano. E non necessariamente attraverso una rivoluzione islamica, ma ad esempio con un impeachment del presidente o simili colpi di palazzo (si veda la vicenda delle isole strategiche di Tiran e Sanafir in Mar Rosso, vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita secondo un iter di dubbia costituzionalità).

La strategia per destabilizzare l’Egitto, infatti, va avanti anche senza una complicità diretta in questa ennesima tragedia dei cieli. E i suoi promotori sono rintracciabili tanto nella Fratellanza Musulmana, quanto nello Stato Islamico nel Sinai e, ancora, nelle lotte intestine tra i servizi segreti egiziani. Un mix che potrebbe esplodere in mano al regime dei militari.

I possibili responsabili dell’attentato: la Fratellanza

Come noto, l’Egitto è cerniera tra Africa e Medio Oriente e l’ultimo vero argine alla proliferazione del jihadismo islamico.

Solo una dittatura militare si frappone oggi al caos istituzionale. Certo, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, ex generale e autore del colpo di stato che ha deposto un presidente eletto, non è un campione di democrazia.

È lui ad aver destituito dal potere un presidente, Mohammed Morsi, espressione di quella Fratellanza Musulmana che promuoveva un’ideologia islamica radicale e che, come primo atto, aveva imposto una nuova costituzione dove la Sharia, la legge islamica, diveniva la principale fonte giuridica.
La Fratellanza, o Fratelli Musulmani, è il movimento islamico più antico e diffuso in tutto il mondo arabo, nonché organizzazione politica bandita in numerosi paesi per la pericolosità dei suoi proponimenti.

Fondata in Egitto nel 1928 da Hassan Al Banna, segue rigorosamente la legge islamica e persegue la sua piena applicazione, in contrapposizione alla secolarizzazione e all’Occidente corrotto.

I Fratelli Musulmani sono illegali dal 1954, in seguito all’accusa di aver assassinato Nasser. Da allora, sono sempre stati considerati illegittimi in Egitto e, nel 1966, l’ideologo del movimento Sayyid Qutb è stato persino impiccato e i Fratelli perseguitati.

Ma già dagli anni Settanta, i Fratelli sono riusciti a entrare in politica, insinuandosi sotto diverse sigle politiche. Oggi il leader è Muhammad Badi, ottava Guida della Fratellanza.

Il generale Al Sisi, che ha servito a lungo nei servizi segreti e ben conosce le potenzialità dell’organizzazione, in seguito alle primavere arabe e ai disordini che ne sono seguiti, nel luglio 2013 ha deciso di forzare la mano, intervenendo manu militari per disperdere il potenziale politico accumulato dal presidente Morsi ed evitare di consegnare l’Egitto all’Islam radicale.
Questo lo ha reso un obiettivo privilegiato della Fratellanza, che si ripromette di tornare al potere non appena possibile, usando con ogni mezzo.

Lo Stato Islamico nel Sinai

Il terrorismo di matrice islamista in Egitto si caratterizza per l’interesse rivolto all’interno dei propri confini nazionali, come dimostra anche il numero relativamente basso di foreign fighters di origine egiziana che si sono uniti alla Jihad in Siria, Iraq e Libia (sarebbero appena 360).
L’attività terroristica di matrice jihadista si è intensificata in Egitto dopo la deposizione dell’ex presidente Mohamed Morsi nel luglio del 2013.

Tra le più pericolose sigle jihadiste della regione vi sono le cellule che operano nella penisola del Sinai, oggi riunite sotto la bandiera del Wilayat Sinai, ovvero la “provincia dello Stato Islamico nel Sinai”.

Su tutte emerge Ansar Beyt al-Maqdis, sigla che ha firmato una lunga serie di attentati contro le forze di sicurezza e gli apparati militari nel nord del Sinai dal 2013 e che oggi, confluendo nello Stato Islamico, ha compiuto un ulteriore salto di qualità con l’abbattimento dell’aereo della compagnia russa Metrojet dello scorso ottobre (224 morti).

Questi miliziani si dedicano anche al traffico d’armi verso la striscia di Gaza in favore dei palestinesi di Hamas.
I tentativi dell’intelligence militare egiziana di infiltrare tali gruppi jihadisti per distruggerli dall’interno, sinora sono stati un sostanziale fallimento.

Ciò dimostra quanto il radicamento dello Stato Islamico nel Sinai sia sempre più capillare e quanto il gruppo sia stato abile nello stringere rapporti diretti con i capi delle tribù locali.

Liberi di agire impunemente, essi costituiscono ormai una delle più serie minacce per la tenuta delle istituzioni egiziane.

L’intelligence d’Egitto

Già all’epoca del presidente Nasser, i servizi segreti egiziani erano suddivisi in tre organismi: il Servizio d’Informazioni per la Sicurezza dello Stato; il Servizio d’Informazioni Generali (GIS); la Direzione dei Servizi Militari e d’Indagine.
II Servizio d’Informazioni per la Sicurezza dello Stato, fondato nel 1913, si occupa della tutela della sicurezza interna.

Nel 1954 fu posto alle dipendenze del Ministero dell’Interno, divenendo l’organismo d’intelligence numericamente più consistente della Repubblica, con un organico di quasi centomila uomini rivolti principalmente al controllo dell’opposizione politica.

II 15 marzo 2011, dopo la conquista del potere da parte dei Fratelli Musulmani, ne è stata disposta la soppressione e il suo direttore è stato arrestato. Dopo il golpe di Al Sisi, il Servizio Informazioni è stato però ricostituito e ha preso il nome di Servizio di Sicurezza Interna (EHS).
Il Servizio d’Informazioni Generali (GIS), comunemente e genericamente definito “Mukhabarat”, si occupa sia di controspionaggio sia delle attività informative all’estero. Ritenuto il più efficiente tra i Servizi egiziani, è quello su cui fa più affidamento il governo per l’azione di contrasto ai Fratelli Musulmani e ai gruppi operanti nel Sinai.

Come scrive Mario Mori nel libro Servizi e Segreti “iI GIS opera normalmente con la spregiudicatezza tipica dei Servizi emanazione di regimi totalitari”.
La Direzione dei Servizi Militari e d’Indagine è infine il servizio segreto che, oltre all’attività di ricerca offensiva e difensiva a fini militari, si coordina con la polizia militare per garantire la sicurezza delle installazioni strategiche, dalle caserme al personale delle Forze Armate.

È un corpo imponente e prestigioso, che ha partorito alcuni tra i militari più rilevanti dell’esercito egiziano, tra i quali lo stesso presidente Al Sisi, che via ha servito tra il 2010 e il 2012.
Se questi servizi sono pervasivi nella società egiziana e non si peritano a usare la mano pesante nei confronti della popolazione avendo poteri pressoché illimitati (si veda il caso Regeni), al tempo stesso però non costituiscono un blocco unito.

Al contrario, oggi sono in guerra aperta tra loro, chi per ragioni di affermazione personale, chi per il mantenimento dei propri privilegi, chi per sostituirsi al potere. Anche la lotta tra queste fazioni potrebbe rivelarsi fatale alla stabilità del governo di Al Sisi.