Ultime news moda: Consuelo Castiglioni lascia Marni

Le ultime news moda hanno confermato i rumors:  Consuelo Castiglioni, lascia Marni l’azienda che ha creato 20 anni fa.

La voce girava insistente da tempo ed è stata confermata: Consuelo Castiglioni, fondatrice e anima creativa di Marni, lascia il marchio da lei fondato nel 1994.

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Il gruppo OTB, Only The Brave, di Renzo Rosso (Diesel, Maison Margiela, Marni, Viktor& Rolf, Dsquared2, Staff International), proprietario del brand dal 2012, ne ha dato oggi la conferma ufficiale.

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Al suo posto è stato nominato come direttore creativo Francesco Risso, stilista che ha un curriculum di tutto rispetto. Rizzo ha studiato all’Istituto Internazionale Polimoda di Firenze, al Fashion Institute of Technology di New York e alla Central Saint Martin di Londra. Importanti le sue esperienze sul campo in Anna Molinari, Alessandro Dell’Acqua, Malo e nel Gruppo Prada, dove ha lavorato alla collezione sfilata Prada donna e ai progetti speciali di brand endorsement. marni-francesco-rizzo-moda

Risso debutterà per le collezioni A/I 2017, uomo e donna.

La decisione, presa in comune accordo tra Castiglioni e Rosso, lascia un vuoto che appare difficile da colmare nel panorama creativo della moda contemporanea. Marni è un marchio chiaramente legato all’estetica personale e al gusto della propria creatrice.

Lo stile Marni è infatti improntato dalle origini sulla sensibilità di Consuelo Castiglioni . Marni senza di lei sarà per forza un’altra cosa.

Si può immaginare che diverrà una collezione più in linea con le logiche di un grande gruppo come OTB, che sarà meno di nicchia, e sicuramente privo del tocco personale della donna che lo ha creato e  reso quel che è adesso.

Era il 1994 quando la stilista ha inventato questo marchio, rivoluzionando il mondo della pelliccia.

Utilizzando l’esperienza dell’azienda di famiglia, la Ciwifurs, ha creato una linea improntata su canoni estetici precisi e molto personali, rivolgendosi a una donna anticonformista.

Marni nasce con il logo derivato dal nomignolo di una delle sue cognate, e il successo, per quanto di nicchia, è stato rapido e costante. Merito della capacità di Consuelo di mantenere la propria soggettiva visione di bellezza.

Lei ha sempre giocato abilmente su volumi, asimmetrie e cromatismi, sovrapposizioni, utilizzando tessuti improbabili e stampe insolite. Ha creato collezioni sofisticate che travalicano mode e tendenze.

E’ diventata un cult amato da fashion editor e da un ampio pubblico internazionale. Marni infatti sotto la sua guida, ha dato al panorama della moda italiana, uno stile unico, riconoscibilissimo e apprezzato nel mondo.

Oggi la sua dichiarazione alla stampa appare chiara e serena:

«Sono stati anni frenetici ed entusiasmanti», ha scritto, «che hanno assorbito tutte le mie energie per realizzare un progetto di cui sono orgogliosa. Grazie anche al supporto costante della mia famiglia che mi ha permesso di restare fedele alla mia idea, ho costruito un marchio con un’identità precisa e riconoscibile. È arrivato ora il momento di dedicarmi alla mia vita privata. Ringrazio tutti coloro che hanno creduto nel mio progetto e che mi hanno, con fedeltà e dedizione, aiutato in questo fantastico percorso».

Non ci resta che attendere quindi, augurando un buon lavoro a Risso e una buona vita a Consuelo.

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L’oncologia integrata è l’arma vincente contro i tumori

Nelle strutture sanitarie all’avanguardia i medici tradizionali e quelli esperti di terapie dolci scelgono insieme i trattamenti migliori per il tumore: cure che aiutano in tutte le fasi della malattia, dalla diagnosi in poi. Ecco i centri di eccellenza.

Operare il seno con un’anestesia dolce, che combina la classica inalazione, l’agopuntura e l’omeopatia. È successo per la prima volta all’Ospedale Santa Chiara di Pisa ed è solo l’ultimo e più eclatante esempio della nuova frontiera del trattamento dei tumori: l’oncologia integrata. Che associa le terapie naturali alle tradizionali cure anticancro per ridurne gli effetti collaterali, potenziarne l’efficacia e migliorare la qualità della vita dei malati. All’estero è già una realtà. Facciamo il caso del prestigioso Sloan Kettering Memorial Cancer Center di New York, dove esiste da anni un servizio dimedicina integrata: qui oncologi tradizionali e medici esperti nelle varie medicine complementari lavorano fianco a fianco per curare il malato con tutte le migliori armi a disposizione.

In Toscana è già una realtà

Adesso in Italia stanno nascendo servizi ospedalieri di oncologia integrata. Toscana in testa, dove le medicine complementari sono già state inseriti nei Lea (livelli essenziali di assistenza), cioè le prestazioni che vengono passate dal Servizio sanitario nazionale. «Che queste terapie siano un buon supporto per le cure anticancro lo ha sancito anche una delibera regionale in via di applicazione» spiega il dottor Elio Rossi, responsabile dell’ambulatorio di omeopatia dell’ospedale Campo di Marte di Lucca e autore, insieme ad altri nove medici, del libro Le medicine complementari per il paziente oncologico (Felici edizioni). «Da prove d’efficacia condotte su 273 malati di tumore curati anche con omeopatia, fitoterapia e agopuntura è risultato che il 70 per cento ha ottenuto dei miglioramenti significativi nella riduzione degli effetti collaterali e nella qualità della vita». Le cure dolci sono di grande aiuto in tutte le fasi della malattia: per superare lo choc della diagnosi, prima e durante le terapie, e dopo. «Il paziente continua a essere seguito sia per riprendersi dai trattamenti sia per mantenere un equilibrio e prevenire così le ricadute» dice Rossi.

Si evitano disturbi in sala operatoria 

Anche l’intervento e il post operatorio sono più soft. Grazie all’anestesia integrata. «Sostituiamo gli oppiacei con agopuntura e omeopatia» spiega il dottor Filippo Bosco, medico anestesista referente per la medicina complementare al centro senologico dell’ospedale Santa Chiara di Pisa. «La sera prima dell’intervento si fa una seduta di agopuntura e si danno rimedi omeopatici come Arnica e Apis Mellifica. Prima di entrare in sala operatoria si ripete il trattamento di agopuntura, che alza la soglia del dolore e stimola la produzione di endorfine, analgesici naturali. Poi si tolgono gli aghi che possono intralciare l’operazione e si fa l’anestesia generale inalatoria». I vantaggi? «Senza gli oppiacei, durante l’intervento non si verificano episodi di tachicardia, bradicardia o ipotensione che richiederebbero il ricorso ad altri farmaci» dice il dottor Bosco. «E al risveglio si è subito presenti, senza quei disturbi tipici dell’anestesia tradizionale, come intontimento, nausea, vomito e prurito».

Si abbassa il rischio di ricaduta 

All’ambulatorio di medicina complementare pisano si ottengono grandi risultati anche per i vari problemi legati al tumore o alleterapie anticancro. «Oltre a omeopatia, agopuntura e fitoterapiautilizziamo anche i funghi medicinali» aggiunge il dottor Bosco. «E riusciamo a rendere più sopportabili, se non ad azzerare, i disturbi dovuti alla malattia o alle terapie. Non solo: con la micoterapia è possibile addirittura ridurre il rischio di metastasi e di ricadute. Grazie a integratori a base di principi attivi ad alta concentrazione che modulano il sistema immunitario e agiscono in sinergia con i chemioterapici».

Si curano sanguinamenti e lesioni

A due anni dalla nascita, all’ambulatorio di omeopatia della Breast Unit dell’ospedale Sacco di Milano è tempo di bilanci. «I risultati ottenuti nella prevenzione e nella cura degli effetti secondari delle cure anticancro sono molto positivi, tanto che ora stiamo concludendo uno studio per valutare l’efficacia dell’Arnica per i sanguinamenti dovuti all’intervento» dice il primario Fabio Corsi. Le cure dolci sono d’aiuto anche per gli effetti secondari della radioterapia. «Con una soluzione a base di acido citrico e bicarbonato le lesioni guariscono» assicura Alberto Laffranchi, medico dell’Istituto dei tumori di Milano e fondatore del gruppo di studio Meteco (Medicine e terapie complementari in oncologia).

Si usa la chemioterapia soft

Le terapie integrate vanno naturalmente prescritte da medici esperti, come sottolinea la dottoressa Maria Rosa Di Fazio, responsabile del servizio di Oncologia medica del Centro SH Health Service di San Marino. «L’arma vincente contro il cancro è l’associazione dei trattamenti tradizionali con quelli integrati» afferma la dottoressa Di Fazio, che applica il metodo dell’oncologo di fama internazionale Philippe Lagarde. «E lo specialista è il direttore d’orchestra che decide come combinare i vari trattamenti». Perché ogni malato è diverso e ogni tumore è differente. Il protocollo di cure va adattato al singolo paziente. «È quello che facciamo con il metodo Lagarde, che prevede anche una chemioterapia soft» dice l’esperta. «I farmaci vengono dati negli orari in cui sono più attivi e meno tossici e nell’arco di quattro-cinque giorni. Il tutto viene integrato da vitamine al 100% naturali, sali minerali e antiossidanti di altissima qualità. Il mix viene somministrato per via endovenosa, in modo che entri nelle cellule e venga assorbito al meglio». Lo scopo è potenziare l’azione della chemioterapia e ridurne la tossicità. Una volta a casa si continua la cura con gli integratori per via orale. Il risultato? «I nostri pazienti non perdono i capelli, gli altri effetti collaterali si riducono del 70 per cento e le terapie sono tollerate bene. Infine, prescriviamo diete personalizzate che tengono sotto controllo la malattia, evitando il rischio di ricadute» conclude l’oncologa.

Ecco i centri di eccellenza

Ambulatorio di medicine complementari dell’ospedale Campo di Marte di Lucca, tel. 0583 970618 oppure 0583449459

Ambulatorio di medicina complementare del Centro senologico (diretto dalla dottoressa Manuela Roncella) dell’ospedale Santa Chiara di Pisa, 

tel. 050993576.

Ambulatorio di terapie omeopatiche a supporto dei malati oncologici dell’Unità di senologia dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, tel. 0239042605.

Servizio di oncologia medica del Centro SH Health Service (Stato di San Marino, tel. 0549909654).

Servizio di medicina complemetare dell’ospedale di Merano, tel. 0473251400.

 

 

Vacanze sull’isola: Da Bora Bora a Mauritius, le 10 più belle

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L’isola più bella del mondo per una vacanza è nei Caraibi. Stiamo parlando di Providenciales, la più turistica dell’arcipelago di Turks & Caicos, territorio britannico d’Oltremare raggiungibile da Miami con volo interno (80 minuti). La classifica è stata stilata dagli utineti di TripAdvisor che hanno premiato l’isola caraibica con il primo posto nella classifica Travelers’ Choice Islands 2015.

I vincitori dei premi sono stati determinati con l’utilizzo tecnologico di un algoritmo che tiene conto della quantità e la qualità di recensioni e punteggi di hotel, attrazioni e ristoranti delle isole di tutto il mondo negli ultimi 12 mesi.

Nella top 10 non rientra nessun isola italiana. Per quanto riguarda l’Europa in classifica si trovano Grecia e Portogallo.

 

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Maui: Natura e sport
Dietro i Caraibi si piazzano le Hawaii con Maui. Gli utenti consigliano di godersi la natura con un’esplorazione delle foreste e delle cascate del Parco Nazionale di Haleakala. E poi sole e mare. Maui è perfetta anche per lo sport come windsurf e snorkeling.

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Roatán: immersioni e giardini
Torniamo nei Caraibi per la terza posizione di Roatán, isola dell’Honduras. Roatán è stata famosa per essere stata covo di pirati. Oggi invece è amata per la sua barriera corallina e per la natura. Gli utenti consigliano – naturalmente – mare, immersioni e pesca ma anche una tappa a Blue Harbor Tropical Arboretum, splendidi giardini tropicali di 160 acri che comprendono anche dodici cascate.

 

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Santornini: Case e spiagge bianche
Per la quarta posizione si arriva nel Mediterraneo con la greca Santorini. L’isola delle Cicladi è famosa per la sua grande laguna, i panorami mozzafiato e la vita notturna. E poi la Spiaggia Rossa, vicino ad Akrotiri, la Spiaggia Bianca e la vulcanica Spiaggia Nera di Kamari vacanza isola.

 

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Ko Tao: Spiagge mozzafiato
Quinto posto per la Thailandia con Ko Tao. L’isola piace per le sue colline coperte da foreste, le spiagge di sabbia bianca e le acque chiare abitate dalle tartarughe marine. I viaggiatori consigliano Sai Nuan Beach, «una baia spettacolare, pochissima gente nonostante fosse ferragosto, mare trasparente, sole e acqua caldissima. Uno spettacolo vero», commentano da Milano.

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Madeira: Capitale verde
Sesto posto per la portoghese Madeira, famosa per gli splendidi giardini e la capitale Funchal con i suoi palazzi e cattedrali antiche.

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Bali: spiaggia e templi
Settimo posto per l’indonesiana Bali, amata per le spiagge, la natura selvaggia della giungla punteggiata da templi e i resort dove riposarsi e dedicarsi alle lezioni di yoga.

 

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Mauritius: favolosa dentro e fuori
Ottava posizione per Mauritius nell’Oceano Indiano. Oltre alle spiagge gli utenti consigliano una tappa nell’entroterra, nella foreste delle Les Sept Cascades. Qui si fa trekking, si esplora la natura e si fa il bagno sotto le cascate. «Escursione molto bella. Da fare assolutamente, così da conoscere l’isola non solo per le spiagge. Si passa una bella giornata».

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Bora Bora: pesci a 700 colori
Nono posto per Bora Bora, nella Polinesia Francese. Bora Bora è un’isola remota dominata dal fotogenico profilo di un vulcano, una barriera corallina animata da oltre 700 specie di pesci colorati, e poi un laguna e una vegetazione rigogliosa.

 

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Fernando de Noronha: Spiaggia da conquistare
Chiude la classifica il Brasile con Fernando de Noronha. Qui si trova Baia do Sancho, la spiaggia più bella del mondo secondo gli utenti di TripAdvisor. La baia si raggiunge scendendo una scaletta nella roccia oppure camminando lungo un sentiero. vacanza isola Ma la fatica è ricompensata da una vista che «lascia senza fiato», secondo una viaggiatrice di Roma.

 

Un sogno non sempre a caro prezzo
TripAdvisor ha anche analizzato i costi medi di tutto l’anno di un soggiorno di una notte negli hotel nelle isole vincitrici dei Travelers Choice Islands 2015. Dalla ricerca emergono molte differenze di costi tra le mete. La più economica è Ko Tao in Thailandia dove si spendono 81 euro, segue Madeira con 82 euro. Al polo opposto si trova la prima in classifica. A Providenciales, Turks & Caicos, si devono mettere in conto 470 Euro, a Bora Bora 397 Euro.

Ricette con la bresaola: scopri i piatti della Valtellina

 

bresaola della Valtellina
la bresaola si gusta da sola accompagnata da pane di segale

Le ricette con la bresaola sono il piatto femminile per eccellenza. Magre, leggere, saporite, nutrizionalmente equilibrate. La bresaola è prodotta in Valtellina ancora come una volta, secondo un disciplinare che ne garantisce la qualità, certificato dal marchio IGP (identificazione geografica protetta) da un consorzio di 14 produttori.

Come si produce la bresaola

“Per fare la bresaola si utilizzano solo i migliori tagli del bovino adulto, come la punta d’anca” spiega il presidente del consorzio Mario della Porta. Il salume viene poi aromatizzato con un mix di sale e spezie e lasciato stagionare da 4 a 8 settimane per potere essere gustato al meglio. Il segreto di tanta bontà: l’esperienza dei produttori e l’aria dei monti della Valtellina.

Assaggia le ricette con la bresaola

In provincia di Sondrio, la bresaola si gusta “santa” accompagnata solo da pane di segale fatto in casa. Vietato il limone che la ossida e copre la delicatezza del sapore. Ma ci sono accostamenti molto più intriganti per portarla in tavola: con fettine di avocado o albicocche, basta che non siano troppo dolci, carpaccio di finocchi e fettine di fungo crudo o di mela.

I nuovi accostamenti con la bresaola

un crostino di polenta con bito e bresaola

Prova le ricette con la bresaola anche su un crostino di polenta con una spuma di formaggio Bitto, altra eccellenza valtellinese, su una bruschetta con del morbido scimudin (il formaggio fresco e delicato della zona) o in un cestino di grana con fettine di casera e qualche foglia di songino www.ctcb.it 

cestino di grana e bresaola

cestino di grana e bresaola

 

Prepara i pizzoccheri

L’ideale è servire la bresaola come entré a un piatto di pizzoccheri realizzati secondo l’antica ricetta dell’Accademia del pizzocchero di Teglio (So), www.accademiadelpizzocchero.it uno dei piatti più tradizionali della cucina valtellinese.

 

Prova la ricetta

 

i pizzoccheri della Valtellina con verza e patate
i pizzoccheri della Valtellina con verza e patate

 

La ricetta? E’ semplicissima. Ti servono:

• 400 g di farina di grano saraceno

•100 di farina farina bianca,

• sale

• 250 dl di acqua.

Su un piano infarinato prepara la fontana e versa piano l’acqua. Inizia ad impastare delicatamente gli ingredienti fino a formare una palla.

Tira la pasta

Ora è il momento più delicato: tira la pasta col matterello a 2 cm di spessore. Poi taglia delle fasce larghe 7-8 cm e, infarinandole nuovamente, sovrapponile tra di loro. Il lavoro è praticamente finito: taglia delle strisce spesse 2 cm e i tuoi pizzoccheri sono pronti.

Porta i pizzoccheri in tavola

Ti basta farli bollire in una pentola di acqua salata per pochi minuti e condirli a strati in una teglia con patate, verze e burro di alpeggio. Se non è stagione, le verze puoi sostituirle con fagiolini, biete, spinaci o altre verdure a foglia verde.

Abbina il vino

Le ricette con la bresaola e i pizzoccheri sono golosità assoluta, perfetta per un weekend invernale per una cena con gli amici. E come vino? Niente rosso, soprattutto se strutturato e tannico che prevaricherebbe le spezie e i profumi di questo salume. Sarà strano ma le ricette con la bresaola sono da accompagnare con un calice di prosecco o un bianco secco, come un nebbiolo bianco. Tutt’al più è concesso un vino di valle, leggero, non particolarmente profumato. Vuoi provare altre ricette? Vai su www.consorziodellavaltellina.it

Chef migliori, le loro ricette sono su Netflix

Gli chef migliori del mondo e le loro ricette sono su Chef’s tablela serie di documentari di cucina di Netflix, a firma di David Gelb.

Se la prima stagione era già abbastanza speciale (c’era anche Massimo Bottura, che in questi giorni è diventato una specie di numero uno al mondo), la seconda ha accentuato ancora di più i punti forti dello show: estetica foodporn e grandi storie personali degli chef protagonisti.

Ogni stagione ci sono 6 episodi, questa è, senza tante parole, la discutibile classifica dal migliore al peggiore.

1. DOMINIQUE CRENN DI ATELIER CRENN, SAN FRANCISCO, USA.
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Tra gli chef migliori c’è lei: ragazza francese, adottata, dolcissima, misteriosa, apparentemente con una vita solo per il suo ristorante, anzi ristoranti (ha anche un bistrot, Petit Crenn).

Serve menù presentati come poesie, prima donna a prendere due stelle Michelin. Nel documentario si dilunga sul padre che non c’è più, le telecamere la seguono in Francia, ci sono continuamente foto di lei da piccola. Poi tutto si connette: ogni foto sembra spiegare ognuno dei suoi piatti. Merita, e poi gli altri chef migliori sotto hanno già avuto le loro soddisfazioni.

Best quote: «It’s not about us creating dishes. It’s about connecting everything, from the start to the finish».

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Best dish: Non importa, come dice lei. Ma lHoney apiary qui sopra non sembra male.

2. GRANT ACHATZ DI ALINEA, CHICAGO, USA.

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Lui è il vero numero uno della serie. Molto cuoco, moltissimo artista. Cucina genere “oltre”: ti fa mangiare su cuscini che liberano profumo di noce moscata, oppure serve palloncini di zucchero.

Storia pazzesca: gli diagnosticano un tumore alla bocca, lo danno per spacciato, trova quasi per caso una cura sperimentale, cucina avendo perso il senso del gusto per mesi, poi lo ritrova.

Nel frattempo chiede al suo executive chef, Mike Bagale, di realizzare un palloncino commestibile. Lui ce la fa. Meriterebbe anche lui di essere tra gli chef migliori. 

Best quote: «All chefs want to be known for using a knife. Cutting, creating, sautéing… doing all of that. But maybe that’s not the most important thing. Maybe the most important thing is taking the idea, that little nugget, and handing it to someone else. And the next thing you know, someone is holding a balloon».

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Best dish: Tropical fruit with rum, vanilla, kaffir lime. Ovviamente servito direttamente sul tavolo. I tipi di Chef’s Table ne hanno fatto l’immagine di copertina della serie.

3. ALEX ATALA, D. O. M., SAN PAOLO, BRASILE.

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Lui è diventato davvero una star. Di questi primi tre cuichi, è forse quello da cui mangerei più volentieri. Ex punk, diventa il messia della nuova cucina brasiliana, usando solo ingredienti locali.

Il documentario inizia con un suo sogno, fatto una sera dopo che aveva preso troppi acidi (vedi frase sotto). Poi:

  • Al 7° minuto sgozza un gallo come se stesse sbucciando una banana.
  • Al 13° copre d’oro una formica amazzonica.
  • Al 15° si fa una cucchiaiata di salsa di formiche che sanno di lemongrass.
  • Al 26° squama con un coltello di mezzo metro un enorme pesce Pirarcu.
  • Al 36°, tra una lezione sulla tapioca e i suoi derivati, si fa pure un match di judo contro un malcapitato e un bagno nudo e tatuato in acque amazzoniche.
  • Si fa due cuori di palma abbattendosi da solo l’alberello.
  • Gran finale sulla storia dei suoi tatuaggi (mica pochi).

Best quote: «A plant has a circle. A seed becomes a plant that has a flower, it transforms into a fruit. The fruit drops. There’s another seed… and the seed grows again. This is a circle. And I said: “I see. I understand. But why did you show me the flower?”. And he said: “The flower is the moment that we live, the most beautiful moment of the circle. The most beautiful moment. Contemplate this”».

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Best dish: The Amazonian Ant. Ma anche il Pirarcu con farina di manioca, tucupi e tapioca.

GLI ALTRI CHEF MIGLIORI, MA FUORI DAL PODIO

  • Uno è Gaggan Anand, del Gaggan di Bangkok, Thailandia. Indiano che trova fortuna in Thailandia. Decide di fare cucina prog indiana, s’indebita, perde un fratello, va a studiare al Bulli, ma alla fine ce la fa.
  • Enrique Olvera, del Pujol di Città del Messico, in Messico, è praticamente il re della tortilla sofisticata. Anche lui ha un debole per le formiche, che usa per una salsa in cui stufa del mais.
  • Ana Ros, di Hiša Franko, a Kobarid, in Slovenia è una talentuosa chef, in piccolo paese di piccolo Paese. Delicata, acuta, sofisticata. Unica pecca: meriterebbe una stella Michelin, ma in Slovenia non ne danno (ma sarà vero?). Marito sommelier che appare un bel po’ saccente. Contenta lei.

Il trailer di Chef’s Table Season 2 e il link per vedere tutti i video su Netflix.

Organizzare l’email: 5 regole per non stressarsi

Ricevere, aprire e leggere centinaia di messaggi di posta elettronica ogni giorno è una grande fonte di stress. E se impari a organizzare la tua email i livelli di tensione si abbassano.

Lo dice uno studio pubblicato di recente dall’istituto di ricerche Future Work Center di Londra. Secondo gli psicologi il costante susseguirsi di bip, vibrazioni e notifiche su computer e smartphone causa un forte aumento della tensione e delle preoccupazioni.

Tanto che alcune aziende, come Telecom Francia per esempio, hanno chiesto ai dipendenti di non consultare la cartella in entrata la sera o nei weekend e Richard Branson, magnate della Virgin, ha vietato la mail per almeno due ore nel corso di una settimana lavorativa.

Anche tu vuoi trovare un modo per sopravvivere alle email personali e di lavoro che intasano il tuo account? Ecco cinque regole che puoi mettere subito in pratica.

fissare orari precisi per leggere la mail è la prima soluzione per organizzarsi
Lasciare che sia la mail a stabilire la timetable della giornata è pericoloso.
  1. Fissa degli orari

Arrivi in ufficio, apri il tuo account e in un attimo si è fatto mezzogiorno. «L’email è un vampiro di tempo e attenzioni» dice Massimo Perciavalle, psicologo del lavoro e coautore del libro Offline è bello (Franco Angeli). «Il consiglio è quello aprirla a orari stabiliti. Magari alle undici del mattino per evitare che sia lei a stabilire tempi e priorità della giornata».

 

2. Segui la regola dei 2 minuti

Pensi che l’email possa esserti utile in futuro? Archiviala. «Altrimenti, se la risposta che richiede è veloce, scrivila subito e invia. Tenerla aperta sulla scrivania occupa spazio, fisico e mentale» suggerisce l’esperto.

Gmail permette di organizzare le mail grazie a delle etichette
Una schermata di Gmail

 

 

 

 

 

 

 

3. Dimentica lo zero

Molte persone si affannano nel cancellare e rispondere alle email per avere la cartella in entrata che segna zero. Può dare soddisfazione sì, ma perché scomodarsi? «Meglio ignorare ciò che non ci interessa leggendo semplicemente l’oggetto che riporta» prosegue lo psicologo del lavoro. Non usare la cartella destinata alla posta in arrivo come fosse un archivio, lasciando che tutti i messaggi ricevuti vadano lì a depositarsi per sempre. Organizza il resto con etichette, filtri e cartelle dedicate a temi, clienti, fornitori Spendi invece qualche minuto per disiscriverti Da newsletter, mailing list e social network che non ti interessano più. E disattiva le notifiche, soprattutto sul tuo smartphone».

Colleghi in ufficio alla loro scrivania
Colleghi in ufficio alla loro scrivania

 

 

 

 

 

 

 

4. Lascia che aspettino

Spesso le persone fanno domande a cui potrebbero rispondere anche da sole. È il caso di molti colleghi che siedono a solo due scrivanie dalla tua e ti sommergono di richieste. «In questo caso rispondere con un po’ di ritardo è utilissimo» afferma Charles Cuhigg, giornalista vincitore del premio Pulitzer e autore del best seller americano Smarter, Faster, Better. The secrets of being productive (Paperback Edition, 10 euro). «Se il problema invece è urgente torneranno di nuovo da te, altrimenti troveranno una soluzione da soli».

5. Delega ad altri

Non è detto che tutti i messaggi che arrivano nella tua casella di posta prevedano che sia tu a dover fare qualcosa. «Se hai la possibilità di delegare o se c’è un’altra persona che ritieni più adatta di te a svolgere quel compito, evita del tutto di prendertene carico. Scrivi una email e non occuparti più di quel problema» conclude Massimo Perciavalle.

 

 

 

Vincere il cancro: Michela Murgia racconta Chirù e la malattia

Lunedì 24 ottobre uscirà in libreria Chirù. E’ il nuovo romanzo di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi, a sei anni da Accabadora con cui la scrittrice sarda ha vinto il premio Campiello. Ma è anche la conseguenza di un evento forte e difficile accaduto a Murgia, che dice: «È il libro che ho deciso di scrivere quando ho saputo di avere un cancro». In questa intervista Michela Murgia racconta il suo nuovo romanzo, la sua malattia e com’è stato vincere il cancro.

vincere il cancro michela murgia

 

La malattia

«Ho scoperto di avere il cancro durante la campagna elettorale (Michela Murgia è stata candidata per Sardegna Possibile alla presidenza della Regione Sardegna nel 2014, ndr). E non ne ho parlato. Non volevo pietà, non volevo essere accusata di sfruttare la malattia.

Improvvisamente mi sono scontrata con un qualcosa che non potevo controllare. I medici dicono: “Il tumore è messo così, andiamo a tentoni, non sappiamo che risultati darà la cura. Bisogna aspettare”. E tu davvero puoi solo aspettare.

Il tuo tempo diventa un tempo d’attesa. Dell’ultimo esame, degli esiti della chemioterapia… Io, che trovo insopportabile persino fare la fila alla posta, mi sono trovata a fare la fila per la mia vita».

«È stato un bene che fossi presissima dal progetto politico di Sardegna Possibile, perché se non avessi avuto altro pensiero che la malattia, mi sarebbe successo quello che succede a molti altri malati: tu non hai il cancro, tu diventi il cancro.

E parli solo di quello, di come ti senti, del fatto che stai perdendo i capelli per la chemio. Io, invece, mi alzavo la mattina e pensavo al comizio, alla gente da incontrare, alla sintesi politica da fare, all’aereo da prendere».

Il nuovo romanzo

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Chirù (Einaudi) di Michela Murgia esce nelle librerie il 24 ottobre 2016.

Chirù è la storia di un giovane violinista e del suo rapporto con Eleonora, un’attrice che diventa per lui una “madre spirituale”.

«L’ho scritto per raccontare cose che pensavo di dover invecchiare prima di poter narrare. Invece mi sono trovata a chiedermi quanto tempo avessi ancora davanti.

Ad affrontare l’idea che quello potesse essere il mio ultimo lavoro.

Mentirei se ti dicessi che è un libro autobiografico, ma ha in sé molto della mia vita».

«Anche se la protagonista Eleonora non mi somiglia molto. È una donna con tante fratture non risolte che pensa di riscattare con il successo.

Una ragazza di provincia che, all’inizio, si confronta con il mondo difficile della recitazione. E indossa, una dopo l’altra, tante maschere, diventando così brava da permettersi di insegnarle a Chirù.

A questo ragazzo che le capita in mano e la guarda ammirato e le dice: “Quello che fai lo voglio fare anch’io”. Tra loro si stringe un patto che è un po’ come un’associazione a delinquere. Tutti e due hanno qualcosa da chiedere all’altro, e non sempre è una cosa legittima».

Cosa hanno in comune Chirù e Accabadora

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Accabadora, il romanzo con cui Michela Murgia ha vinto il premio Campiello nel 2010.

«Nei due libri c’è il concetto che di mamma non ce n’è una sola e che i figli non sono solo quello che i genitori di sangue vedono. Ma sono un sacco di altre cose che possono vedere altri».

«Chirù parla del rapporto educativo tra una donna adulta e un ragazzo. È insolito, vero? Siamo abituati all’idea del padre spirituale, mentre le donne sono condannate a essere madri di sangue oppure a non essere madri affatto, se non a rischio di essere sospettare di avere secondi fini».

«Eppure c’è tanta ricchezza nell’allargare il respiro della genitorialità.

Io non ho figli, ma ho un’eredità da lasciare: quello che so fare, quello che ho visto, quello che ho imparato a chi andrà?

A nessuno? No. Andrà ai figli degli altri, se c’è qualcuno che vorrà imparare».

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Michela Murgia con il marito Manuel Persico il giorno del loro matrimonio nel 2010. Si sono separati nel 2015.

Vincere il cancro

«Ho scritto Chirù e, insieme, sono riuscita a vincere il cancro. Come succede a tanti.

Capita a moltissimi di ammalarsi di tumore e di uscirne vivi. Dovremmo metterci tutti insieme noi sopravvissuti, e parlarne, e farlo sapere che il cancro non è un “male incurabile”. Invece ti resta attaccato una specie di pudore. Forse perché dal cancro, anzi dall’idea di cancro, non si guarisce mai.

I medici ti dicono: “Tutto ok, il male non dà segni di vitalità”. Sì. Tu però sai che il tumore è come un signore che, seduto su una panchina, se ne va dimenticando il giornale. Potrebbe tornare a prenderlo in qualsiasi momento. O non tornare mai. Da lì ho deciso che voglio vivere tutto. Ho addosso quello che Carmen Consoli, in una canzone, chiama “il senso spietato del non ritorno”».

Un libro nuovo, una vita nuova

«Esci da un tumore e devi rimettere ordine nella scala dei tuoi valori. Fai i conti con le scelte fatte e ti chiedi: “E se non avessi tutto il tempo che credevo? Se me ne restasse poco, sono sicura di volerlo vivere così? O ho ancora qualcosa da chiedere e da dare?”».

«Ho parlato con mio marito. Ci siamo detti: ci siamo voluti bene, non ci siamo mai fatti del male, ci siamo sempre appoggiati l’uno all’altro. Ma il nostro rapporto non è più un matrimonio. È amicizia, è un patto di reciproco sostegno, è complicità. Entrambi siamo ancora giovani, lui più di me, e forse è giusto chiedere alla vita qualche altra cosa. Così ci siamo separati. Oggi ho un amore nuovo e bellissimo. Ma di questo non ti dico nulla».

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Michela Murgia con Marcello Nardis. Tra la scrittrice sarda e il cantante lirico ci sarebbe una relazione.

 

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Vacanze in Trentino: San Martino di Castrozza, natura sport e cultura

Vacanze in Trentino, San Martino di Castrozza
San Martino di Castrozza

San Martino di Castrozza, Passo Rolle e Primiero ai piedi delle Pale di San Martino sono lo scenario delle vacanze in Trentino, tra mille opportunità di vivere natura, sport e cultura.

A San Martino sembra di poter toccare le montagne con un dito e la natura si integra perfettamente con il piccolo centro alpino, permettendo una vacanza in quota – siamo a 1.450 metri sopra il livello del mare – con tutti gli agi e le comodità di una capitale alpina estiva ed invernale. Per gli appassionati di vacanze in Trentino è la meta ideale: le attività spaziano dalle classiche escursioni a tutte le altitudini, ai percorsi del Parco Avventura Agility Forest e Bike Arena, al nordic walking, ai divertenti parchi gioco per lo svago dei bambinied il relax degli adulti.

La natura

Le Pale di San Martino dominano incontrastate, maestose ed eleganti. Ovunque si giri lo sguardo, eccole, a toccare il cielo alcune sfiorando, altre superando i tremila metri di altezza. Sono le cime che formano le Pale di San Martino, il più esteso gruppo montuoso delle Dolomiti.

Vacanze in Trentino, Pale di san martino di castrozza
Pale di san martino di castrozza

 

 

 

 

Le celebri montagne, dal Cimon della Pala alla Vezzana, dalla Rosetta alla Pala, dal Sass Maor alla Madonna, via via passando per la Cima Canali fino ad arrivare alla liscia parete dell’Agnèr, formano una corona circolare che delimita un vasto altopiano di circa cinquanta chilometri quadrati di roccia calcarea, puntellata qua e la da papaveri gialli, sassifraghe, genziane e stelle alpine.

Da Passo Rolle a San Martino di Castrozza, dai paesi di Primiero alla Val Canali, passando per Sagron Mis, risalendo il Valles e ricongiungendosi sul valico di Rolle, eccole, a delimitare Primiero e Agordino. Si ammirano anche dal Vanoi, e fanno da sfondo ideale al lago di Calaita.

Trekking,  rifugi da non perdere

Cinque i rifugi da raggiungere per trovarsi al centro di questo mondo:

Altipiano delle Pale, luogo lunare, misterioso tavolato di pietra sospeso a 2.700 metri d’altezza. L’Altopiano centrale delle Pale di San Martino è vastissimo e nascosto; il pianoro non è uniforme e piatto, ma obbliga a districarsi fra conche, risalti e deviazioni per evitare profonde crepe nella roccia. L’Altopiano è lungo circa 10 chilometri e largo 5 e si distende a una quota fra i 2500 e i 2700 metri. La natura rocciosa di quest’incredibile ambiente, inserito per gran parte nel territorio del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino, lascia ogni spettatore senza parole così oggi come ieri, quando celebri alpinisti a fine ottocento lo scoprirono per la prima volta.

Vacanze in Trentino, San Martino di Castoro, rifugio Rosetta
Vacanze in Trentino, San Martino di Castoro, rifugio Rosetta

 

 

 

 

 

Dal Rifugio Rosetta (m2581) si va verso est e subito s’imboccano i segnavia rossi che portano in una quarantina di minuti al Passo Pradidali Basso (m2655), donde possibilità per il Rifugio Pradidali. Qui si prende il sentiero che valica a sinistra una collina rocciosa. La sella seguente, a m2716, è chiamata Passo di Fradusta e anche da qui si potrebbe scendere al Rifugio Pradidali. Alcune indicazioni ora conducono al facilissimo Ghiacciaio della Fradusta, largo un chilometro, che si attraversa facendo attenzione al ghiaccio vivo a tarda estate. Si raggiunge una dorsale dalla quale si può salire in vetta alla Fradusta.

Proseguire e arrivare sull’orlo della grande dolina detta Foch de Sora, nella quale ci si abbassa. Segue il Foch de Sot, che si attraversa costeggiandolo ad arco. Si traversa un’altra conca e si raggiunge il Passo Canali (m2469). Magnifico panorama sulle crode della Catena Meridionale delle Pale di San Martino! Si riprende ora il sentiero che scende per ghiaie nell’Alta Val Canali, si porta in direzione delle belle Cime dell’Alberghet e del Coro e costeggia quindi la testata della valle. Tralasciare le diramazioni di sinistra (tre, porterebbero fuori strada!).

Per costoni erbosi, tratti rocciosi e con percorso vario, il sentiero s’abbassa stando sotto le rocce della Cima Sant’Anna, sulla sinistra della valle, cala su un campo detritico o nevoso ed entra infine nel bosco. In pochi minuti si arriva al grazioso antico Rifugio Treviso in Val Canali.

Memorabili i ricordi e le impressioni dello scrittore e impavido alpinista Dino Buzzati, il quale ispirato dallo spettacolo dell’Altipiano scrisse Il deserto dei tartari. Per chi vuole vivere in prima persona l’emozione di scoprire le Pale di San Martino Dolomiti Patrimonio UNESCO vivendo l’esperienza unica di una vacanza da rifugio a rifugio sull’Altopiano, imperdibile il Palaronda Trek, una delle proposte top dell’estate. Due le versioni tra cui scegliere: il Palaronda Soft Trek, che prevede percorsi adatti a tutti, e il Palaronda Hard Trek per gli escursionisti più esigenti.

Le vostre vacanze in Trentino saranno  scandite da appuntamenti musicali, culturali e folkloristici che arricchiscono la vacanza, con la montagna dedicata anche ai più piccoli ai quali è riservato il programma e l’iniziativa Family Fun.

Castel Volturno: la camorra, il terremoto e i migranti. Storia atipica di Gomorra

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Con la camorra di Castel Volturno, «Mama» Messy Bardan non c’entra nulla. Anzi, lei simboleggia l’allegria di Dio. Suona e canta e balla mentre invita il Signore «a benedire la santa domenica» degli evangelici riuniti sotto il nome di Betel, l’antica Samaria. Loro, i samaritani, ringraziano con pensieri e parole rigorosamente in inglese. E pure con gli abiti migliori, colorati e scintillanti, scelti uno ad uno prima di presentarsi al cospetto dell’Onnipotente, «colui che ci protegge». E fa nulla che il tempio di via Palermo sia arrangiato in un ex garage abbandonato: ormai sono una parte fondamentale della comunità.

MIGRANTI, VITE DI SCARTO

I migranti cominciarono ad arrivare a Castel Volturno, l’altra Gomorra di Caserta, già dalla metà degli anni Ottanta. Poi è letteralmente raddoppiata nel corso degli anni Novanta ed è tutt’oggi in crescita. Nel 2015 l’anagrafe municipale ha censito 25.412 residenti, dei quali 3.941 stranieri. Come dedurre, allora, le altre presenze extraitaliane? Il Comune ha semplicemente quantificato la produzione dei rifiuti urbani: corrisponde a quella di un comprensorio da 60 mila abitanti. Procedendo per grande difetto, «significa che sul territorio abitano almeno 20 mila clandestini», spiega Dimitri Russo, il battagliero sindaco anticamorra del Pd eletto nel giugno del 2014. «Ma siccome il disinteresse è generale abbiamo una sola arma: fare di Castel Volturno un caso nazionale e internazionale».

Un caso che si palesa soprattutto a Riva destra, Pescopagano e Parco Saraceno, i sobborghi africani (usi e consumi compresi) perché abitati quasi esclusivamente da migranti. E si coglie in tutta la sua straordinaria complessità lungo la statale Domiziana, lo stradone che taglia in due il comune, dove di spaccia a vista, la prostituzione è h24 e i caporali raccattano i braccianti per le vaccherie e i campi di pomodoro. La questione è che nessuno vuole vederla, questa città. La sua presenza viene ammessa soltanto quando non se ne può fare a meno. Come la sera del 18 settembre 2008, quando il commando del casalese Giuseppe Setola, detto «’a puttana», ha ammazzato sette persone in quindici minuti. Più in generale, i fari si accendono soltanto se si palesano le tensioni tra migranti e italiani. Il 10 luglio 2014 l’episodio visibile: due africani gambizzati dai bianchi per puro odio razziale e la conseguente rivolta di un centinaio di immigrati.

QUI C’ERA LA CAMPANIA FELIX

Ecco, a ogni episodio siffatto torna facile l’equazione «Castel Volturno uguale Storia criminale». Ma queste sono soltanto storie nella Storia, che invece qui in passato ha viaggiato in prima classe. Prendiamo Publio Papinio Stazio (Napoli, 40-96 d. C).

La terza poesia del quarto libro delle Silvae è la sua opera più importante. Ma non per ragioni artistico-letterarie: il poeta è l’unico ad aver mai descritto la costruzione di una strada in epoca romana. E, guarda un po’, questa strada è proprio la Domiziana, la statale di Castel Volturno. L’opera di Stazio è così esclusiva che gli storici (e l’Anas) l’hanno ancora a riferimento. E poi, contrariamente a quello che la retorica turistica assegna a Napoli, a Capri e alla costiera amalfitana, era questa la Campania felix. Evolvendo, l’uomo si è premurato di renderla infelix. L’inizio della fine porta una data ben precisa: 23 novembre 1980. Il giorno del terremoto dell’Irpinia.

ROCKY ROBERTS E LOLA FALANA

Fino ad allora la costa di Castel Volturno era destinata alle seconde case della media o piccola borghesia napoletana. Per la verità c’erano anche le case bruttine, quelle del Villaggio Coppola Pinetamare, abusive già nella fase di edificazione e che però mantenevano un loro contegno. Ma c’è di più: questo Villaggio a mezz’ora di auto da Napoli per un periodo venne addirittura consacrato come la «California d’Italia».

L’investitura arrivò con il film Stasera mi butto, anno 1968, ambientato nel Grand Hotel Pinetamare. C’erano Rocky Roberts e Lola Falana, Franchi&Ingrassia, Nino Taranto e un giovanissimo Giancarlo Giannini. La visione è consigliata: si tratta di un «musicarello» gaio e spensierato, padre di un ottimismo che nel Villaggio ha resistito pure nei sanguinosi anni Settanta: vino, pesce fresco, mozzarella, barche a vela e tanta leggerezza contro gli Anni di piombo. È questo il momento migliore di Castel Volturno, un fenomeno turistico da 350 mila presenze all’anno. Siccome però le cose andavano troppo bene, a cominciare dalla disoccupazione quasi azzerata, si è trovato il modo per trasformare il fenomeno in un mostro. È il Sud, bellezza.

 

IL TERREMOTO E LE OCCUPAZIONI

Quando il terremoto del 1980 colpì di striscio anche Napoli, i governi di Arnaldo Forlani e Giovanni Spadolini (entrambi, peraltro, a trazione meridionale) prima requisì una parte di abitazioni per portarci cinquemila sfollati, poi tollerò che le case fossero occupate da balordi di ogni risma in cerca di una casa al mare più che di un tetto sotto cui dormire. Insomma, a Castel Volturno furono assegnate e destinate quelle che Zigmunt Bauman chiama «le vite di scarto», prontissime a mescolarsi con l’antica criminalità organizzata di Casal di Principe e dell’Agro Aversano. Da lì al degrado è stato un attimo. Col tempo sono rimasti soltanto i nativi, ora vittime di una disoccupazione giovanile vicina al 90 per cento. I borghesi napoletani che avevano difeso le loro case fino alla metà degli anni Novanta, si sono arresi, fuggendo tutti, ma proprio tutti. La conseguenza dell’abbandono è un territorio di 72 chilometri quadrati martoriato da migliaia di edifici abbandonati, fatiscenti, facili da occupare e in preda dei clandestini. Non a caso, secondo varie inchieste giudiziarie, i pochi espulsi dall’Italia perché inneggianti all’Isis e al califfo Abu Bakr al-Baghdadi sono tutti perlomeno transitati da queste parti.

AFFARI DISPERATI

Tuttavia, la maggioranza dei migranti di Castel Volturno sono disperati pronti a qualsiasi manovalanza. Alcuni si arrangiano lavorando in nero nell’edilizia o nei campi agricoli del Nolano e del Casertano. Per il resto, rappresentano il migliore mercato del lavoro per la camorra. Lo dimostrano i dati dei carabinieri (il 90 per cento dei clandestini delinquono) e le decine di arresti per falsi, droga e prostituzione, tutti business appaltati dai Casalesi alle organizzazioni criminali africane.

I falsi (borse, bigiotteria, occhiali) finiscono nelle grandi città, da Milano a Napoli, e d’estate sulle spiagge dell’intero Stivale dove le acquistano ignare persone perbene (ma sono poi così ignare?), contribuendo così al fatturato della camorra. Droga e prostituzione, invece, si praticano sulla Domiziana. Qui gli spacciatori utilizzano anzitutto la «tecnica del passaggio»: si piazzano in due a una fermata dell’autobus, uno a piedi, l’altro in bicicletta. Il primo sale sulla macchina del cliente, il secondo recupera la droga depositata nei pressi della fermata. L’automobile percorre pochi metri e si stoppa, il ciclista arriva e consegna, il complice scende con i soldi in tasca, l’automobilista se ne va. Quanto alle squillo, le decine di ragazze su strada sono così giovani da risultare commoventi quando scimmiottano le pornodive.

LO STATO ASSENTE

Davanti a tutto questo, lo Stato poco fa e niente vede. Per esempio, la presunta integrazione degli immigrati è delegata (con soldi) alle solite associazioni private, vere o fasulle. Il Comune di Castel Volturno, invece, è allo stremo: al momento conta 55 milioni di euro di debiti sulle spalle, accumulati nel passato anche da amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose. Il municipio dispone di un solo assistente sociale, zero mediatori culturali e appena 14 vigili urbani, peraltro in età avanzata.

Quanto al  commissariato locale, è attivissimo ma dispone di poche volanti per controllare un territorio sterminato, sul quale insistono pure 30 chilometri di litorale. Ma più che nel resto, lo Stato che non vuole vedere si manifesta nella videosorveglianza. Annunciata in pompa magna, non funziona, le telecamere sono quasi sempre spente: si è scoperto in occasione di tre omicidi. Il commento del sindaco Russo è caustico: «I vari Graziano Delrio e Laura Boldrini sono concentratissimi sulla Casal di Principe del mio amico e collega Renato Natale. Casale, però, è stata soltanto la sede legale della camorra. Mentre la vera devastazione i boss l’hanno portata soprattutto tra noi».

CRIMINALI E MICROCRIMINALI

Un esempio, fra tanti, riguarda Paolo Diana, detto «Scarpone», imprenditore di Castel Volturno nel settore dei trasporti e del commercio di autoveicoli. Il Gico della Guardia di Finanza gli ha anche  sequestrato beni per oltre 21 milioni di euro: 24 fabbricati e 44 terreni tra Roma, Castel Volturno e Villa Literno; 2 automobili; 52 rapporti finanziari, 9 pacchetti azionari e 4 società. Non solo.

Secondo l’accusa, Diana forniva auto «pulite» per gli agguati di camorra, faceva da basista, ospitava nelle sue case di Castel Volturno latitanti e camorristi dai soprannomi espliciti: Domenico Bidognetti detto «Bruttaccione», Luigi Guida («’o drink»), Egidio Coppola («Brutus»). Sindaco, però lei ha sostenuto che quando la camorra era più forte, gli immigrati si comportavano meglio. «Garantendo tranquillità a tutti, i clan accumulavano prestigio. Ora, con i boss in carcere, si è moltiplicata la microcriminalità».

LA BATTAGLIA DEL SINDACO

Pur di aprire gli occhi di Roma e del mondo, Russo fa di tutto: abbatte i muri costruiti lungo le battigie per liberare gli accessi al mare; filma i vigili urbani infedeli al loro lavoro; induce due consigliere comunali a fingere di essere prostitute per incastrare i clienti. Sindaco, e se fosse illegale? «Farebbe nulla: sapevo che scegliendo questa vita una mezza dozzina di avvisi di garanzia mi sarebbero toccati. Tanto vale riceverli per far rinascere la mia città». Ma una via d’uscita c’è? «Il Comune nulla può fare, serve lo Stato. Bisogna convincere i napoletani a tornare qui in vacanza e a riappropriarsi delle case abbandonate, l’80 per cento del patrimonio edilizio, per sottrarlo ai clandestini. Insomma, occorre ritrovare normalità: finiamo il lavoro contro la camorra, perseguiamo i microcriminali e ripuliamo il territorio, a partire dal mare».

I REGI LAGNI

Le acque di Castel Volturno, infatti sono inquinate: è colpa dei Regi lagni. Costruiti sotto la dominazione spagnola del vicerè Pedro Fernández de Castro y Andrade, furono realizzati in appena sette anni, dal 1610 al 1616 (a proposito di efficienza dello Stato…). Rappresentano un’enorme rete fognaria lunga 56 chilometri, ampia 110 ettari, servono 99 comuni e circa due milioni e ottocentomila persone, industrie comprese. I problemi sono tanti. Il primo è che all’epoca degli spagnoli in quei 110 ettari abitavano 200 mila persone al massimo e, soprattutto, le industrie non esistevano.

Il secondo problema è che lungo il percorso la gran parte dei depuratori  non funzionano o funzionano male, e già dagli anni Novanta. Il terzo è che uno dei canali principali sfocia nel mare di Castel Volturno. Ed ecco perché l’Unesco  considera la città uno dei tre siti ambientali più devastati al mondo. Così Russo: «Sono due decenni che lo Stato promette di bonificare. Ma gli interventi sono a macchia di leopardo e servono relativamente. Invece ci vuole un grande piano ambientale». E se non arriverà «ci saranno azioni dimostrative enormi».

Auguri sindaco, i migliori auguri a lei e alla sua terra. Per il momento, però, mandanti ed esecutori dell’imboscata alla sua «California d’Italia» continuano liberamente ad accanirsi su un corpo già moribondo. Con l’aggravante che si continua a occultare la vittima: Castel Volturno, la Gomorra che nessuno vuole vedere.

Egitto: l’incidente aereo Egyptair e le minacce al governo

Egitto: incidente aereo
Ansa

In Egitto, sull’episodio dell’aereo egiziano della compagnia Egyptair precipitato tragicamente nel Mediterraneo, in assenza di rivendicazioni e in attesa di evidenze dalle indagini, non è ancora possibile determinare la dinamica dell’incidente aereospeculare sull’attentato puntando il dito contro eventuali autori.

Tuttavia, resta evidente che in Egitto è in atto da tempo un tentativo ragionato e di ampio respiro per portare il paese al collasso e sostituire il governo attuale con una nuova e diversa realtà.
Se fosse confermata la pista dell’attentato, ad esempio, sarebbe verosimile la volontà di destabilizzare la leadership di Al Sisi: minacciare il governo in carica facendo fuggire il turismo, piegando l’economia e raccontando al mondo che il paese non è più un posto sicuro.

Sotto tale peso, il governo potrebbe cadere in un futuro neanche troppo lontano. E non necessariamente attraverso una rivoluzione islamica, ma ad esempio con un impeachment del presidente o simili colpi di palazzo (si veda la vicenda delle isole strategiche di Tiran e Sanafir in Mar Rosso, vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita secondo un iter di dubbia costituzionalità).

La strategia per destabilizzare l’Egitto, infatti, va avanti anche senza una complicità diretta in questa ennesima tragedia dei cieli. E i suoi promotori sono rintracciabili tanto nella Fratellanza Musulmana, quanto nello Stato Islamico nel Sinai e, ancora, nelle lotte intestine tra i servizi segreti egiziani. Un mix che potrebbe esplodere in mano al regime dei militari.

I possibili responsabili dell’attentato: la Fratellanza

Come noto, l’Egitto è cerniera tra Africa e Medio Oriente e l’ultimo vero argine alla proliferazione del jihadismo islamico.

Solo una dittatura militare si frappone oggi al caos istituzionale. Certo, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, ex generale e autore del colpo di stato che ha deposto un presidente eletto, non è un campione di democrazia.

È lui ad aver destituito dal potere un presidente, Mohammed Morsi, espressione di quella Fratellanza Musulmana che promuoveva un’ideologia islamica radicale e che, come primo atto, aveva imposto una nuova costituzione dove la Sharia, la legge islamica, diveniva la principale fonte giuridica.
La Fratellanza, o Fratelli Musulmani, è il movimento islamico più antico e diffuso in tutto il mondo arabo, nonché organizzazione politica bandita in numerosi paesi per la pericolosità dei suoi proponimenti.

Fondata in Egitto nel 1928 da Hassan Al Banna, segue rigorosamente la legge islamica e persegue la sua piena applicazione, in contrapposizione alla secolarizzazione e all’Occidente corrotto.

I Fratelli Musulmani sono illegali dal 1954, in seguito all’accusa di aver assassinato Nasser. Da allora, sono sempre stati considerati illegittimi in Egitto e, nel 1966, l’ideologo del movimento Sayyid Qutb è stato persino impiccato e i Fratelli perseguitati.

Ma già dagli anni Settanta, i Fratelli sono riusciti a entrare in politica, insinuandosi sotto diverse sigle politiche. Oggi il leader è Muhammad Badi, ottava Guida della Fratellanza.

Il generale Al Sisi, che ha servito a lungo nei servizi segreti e ben conosce le potenzialità dell’organizzazione, in seguito alle primavere arabe e ai disordini che ne sono seguiti, nel luglio 2013 ha deciso di forzare la mano, intervenendo manu militari per disperdere il potenziale politico accumulato dal presidente Morsi ed evitare di consegnare l’Egitto all’Islam radicale.
Questo lo ha reso un obiettivo privilegiato della Fratellanza, che si ripromette di tornare al potere non appena possibile, usando con ogni mezzo.

Lo Stato Islamico nel Sinai

Il terrorismo di matrice islamista in Egitto si caratterizza per l’interesse rivolto all’interno dei propri confini nazionali, come dimostra anche il numero relativamente basso di foreign fighters di origine egiziana che si sono uniti alla Jihad in Siria, Iraq e Libia (sarebbero appena 360).
L’attività terroristica di matrice jihadista si è intensificata in Egitto dopo la deposizione dell’ex presidente Mohamed Morsi nel luglio del 2013.

Tra le più pericolose sigle jihadiste della regione vi sono le cellule che operano nella penisola del Sinai, oggi riunite sotto la bandiera del Wilayat Sinai, ovvero la “provincia dello Stato Islamico nel Sinai”.

Su tutte emerge Ansar Beyt al-Maqdis, sigla che ha firmato una lunga serie di attentati contro le forze di sicurezza e gli apparati militari nel nord del Sinai dal 2013 e che oggi, confluendo nello Stato Islamico, ha compiuto un ulteriore salto di qualità con l’abbattimento dell’aereo della compagnia russa Metrojet dello scorso ottobre (224 morti).

Questi miliziani si dedicano anche al traffico d’armi verso la striscia di Gaza in favore dei palestinesi di Hamas.
I tentativi dell’intelligence militare egiziana di infiltrare tali gruppi jihadisti per distruggerli dall’interno, sinora sono stati un sostanziale fallimento.

Ciò dimostra quanto il radicamento dello Stato Islamico nel Sinai sia sempre più capillare e quanto il gruppo sia stato abile nello stringere rapporti diretti con i capi delle tribù locali.

Liberi di agire impunemente, essi costituiscono ormai una delle più serie minacce per la tenuta delle istituzioni egiziane.

L’intelligence d’Egitto

Già all’epoca del presidente Nasser, i servizi segreti egiziani erano suddivisi in tre organismi: il Servizio d’Informazioni per la Sicurezza dello Stato; il Servizio d’Informazioni Generali (GIS); la Direzione dei Servizi Militari e d’Indagine.
II Servizio d’Informazioni per la Sicurezza dello Stato, fondato nel 1913, si occupa della tutela della sicurezza interna.

Nel 1954 fu posto alle dipendenze del Ministero dell’Interno, divenendo l’organismo d’intelligence numericamente più consistente della Repubblica, con un organico di quasi centomila uomini rivolti principalmente al controllo dell’opposizione politica.

II 15 marzo 2011, dopo la conquista del potere da parte dei Fratelli Musulmani, ne è stata disposta la soppressione e il suo direttore è stato arrestato. Dopo il golpe di Al Sisi, il Servizio Informazioni è stato però ricostituito e ha preso il nome di Servizio di Sicurezza Interna (EHS).
Il Servizio d’Informazioni Generali (GIS), comunemente e genericamente definito “Mukhabarat”, si occupa sia di controspionaggio sia delle attività informative all’estero. Ritenuto il più efficiente tra i Servizi egiziani, è quello su cui fa più affidamento il governo per l’azione di contrasto ai Fratelli Musulmani e ai gruppi operanti nel Sinai.

Come scrive Mario Mori nel libro Servizi e Segreti “iI GIS opera normalmente con la spregiudicatezza tipica dei Servizi emanazione di regimi totalitari”.
La Direzione dei Servizi Militari e d’Indagine è infine il servizio segreto che, oltre all’attività di ricerca offensiva e difensiva a fini militari, si coordina con la polizia militare per garantire la sicurezza delle installazioni strategiche, dalle caserme al personale delle Forze Armate.

È un corpo imponente e prestigioso, che ha partorito alcuni tra i militari più rilevanti dell’esercito egiziano, tra i quali lo stesso presidente Al Sisi, che via ha servito tra il 2010 e il 2012.
Se questi servizi sono pervasivi nella società egiziana e non si peritano a usare la mano pesante nei confronti della popolazione avendo poteri pressoché illimitati (si veda il caso Regeni), al tempo stesso però non costituiscono un blocco unito.

Al contrario, oggi sono in guerra aperta tra loro, chi per ragioni di affermazione personale, chi per il mantenimento dei propri privilegi, chi per sostituirsi al potere. Anche la lotta tra queste fazioni potrebbe rivelarsi fatale alla stabilità del governo di Al Sisi.