Castel Volturno: la camorra, il terremoto e i migranti. Storia atipica di Gomorra

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Con la camorra di Castel Volturno, «Mama» Messy Bardan non c’entra nulla. Anzi, lei simboleggia l’allegria di Dio. Suona e canta e balla mentre invita il Signore «a benedire la santa domenica» degli evangelici riuniti sotto il nome di Betel, l’antica Samaria. Loro, i samaritani, ringraziano con pensieri e parole rigorosamente in inglese. E pure con gli abiti migliori, colorati e scintillanti, scelti uno ad uno prima di presentarsi al cospetto dell’Onnipotente, «colui che ci protegge». E fa nulla che il tempio di via Palermo sia arrangiato in un ex garage abbandonato: ormai sono una parte fondamentale della comunità.

MIGRANTI, VITE DI SCARTO

I migranti cominciarono ad arrivare a Castel Volturno, l’altra Gomorra di Caserta, già dalla metà degli anni Ottanta. Poi è letteralmente raddoppiata nel corso degli anni Novanta ed è tutt’oggi in crescita. Nel 2015 l’anagrafe municipale ha censito 25.412 residenti, dei quali 3.941 stranieri. Come dedurre, allora, le altre presenze extraitaliane? Il Comune ha semplicemente quantificato la produzione dei rifiuti urbani: corrisponde a quella di un comprensorio da 60 mila abitanti. Procedendo per grande difetto, «significa che sul territorio abitano almeno 20 mila clandestini», spiega Dimitri Russo, il battagliero sindaco anticamorra del Pd eletto nel giugno del 2014. «Ma siccome il disinteresse è generale abbiamo una sola arma: fare di Castel Volturno un caso nazionale e internazionale».

Un caso che si palesa soprattutto a Riva destra, Pescopagano e Parco Saraceno, i sobborghi africani (usi e consumi compresi) perché abitati quasi esclusivamente da migranti. E si coglie in tutta la sua straordinaria complessità lungo la statale Domiziana, lo stradone che taglia in due il comune, dove di spaccia a vista, la prostituzione è h24 e i caporali raccattano i braccianti per le vaccherie e i campi di pomodoro. La questione è che nessuno vuole vederla, questa città. La sua presenza viene ammessa soltanto quando non se ne può fare a meno. Come la sera del 18 settembre 2008, quando il commando del casalese Giuseppe Setola, detto «’a puttana», ha ammazzato sette persone in quindici minuti. Più in generale, i fari si accendono soltanto se si palesano le tensioni tra migranti e italiani. Il 10 luglio 2014 l’episodio visibile: due africani gambizzati dai bianchi per puro odio razziale e la conseguente rivolta di un centinaio di immigrati.

QUI C’ERA LA CAMPANIA FELIX

Ecco, a ogni episodio siffatto torna facile l’equazione «Castel Volturno uguale Storia criminale». Ma queste sono soltanto storie nella Storia, che invece qui in passato ha viaggiato in prima classe. Prendiamo Publio Papinio Stazio (Napoli, 40-96 d. C).

La terza poesia del quarto libro delle Silvae è la sua opera più importante. Ma non per ragioni artistico-letterarie: il poeta è l’unico ad aver mai descritto la costruzione di una strada in epoca romana. E, guarda un po’, questa strada è proprio la Domiziana, la statale di Castel Volturno. L’opera di Stazio è così esclusiva che gli storici (e l’Anas) l’hanno ancora a riferimento. E poi, contrariamente a quello che la retorica turistica assegna a Napoli, a Capri e alla costiera amalfitana, era questa la Campania felix. Evolvendo, l’uomo si è premurato di renderla infelix. L’inizio della fine porta una data ben precisa: 23 novembre 1980. Il giorno del terremoto dell’Irpinia.

ROCKY ROBERTS E LOLA FALANA

Fino ad allora la costa di Castel Volturno era destinata alle seconde case della media o piccola borghesia napoletana. Per la verità c’erano anche le case bruttine, quelle del Villaggio Coppola Pinetamare, abusive già nella fase di edificazione e che però mantenevano un loro contegno. Ma c’è di più: questo Villaggio a mezz’ora di auto da Napoli per un periodo venne addirittura consacrato come la «California d’Italia».

L’investitura arrivò con il film Stasera mi butto, anno 1968, ambientato nel Grand Hotel Pinetamare. C’erano Rocky Roberts e Lola Falana, Franchi&Ingrassia, Nino Taranto e un giovanissimo Giancarlo Giannini. La visione è consigliata: si tratta di un «musicarello» gaio e spensierato, padre di un ottimismo che nel Villaggio ha resistito pure nei sanguinosi anni Settanta: vino, pesce fresco, mozzarella, barche a vela e tanta leggerezza contro gli Anni di piombo. È questo il momento migliore di Castel Volturno, un fenomeno turistico da 350 mila presenze all’anno. Siccome però le cose andavano troppo bene, a cominciare dalla disoccupazione quasi azzerata, si è trovato il modo per trasformare il fenomeno in un mostro. È il Sud, bellezza.

 

IL TERREMOTO E LE OCCUPAZIONI

Quando il terremoto del 1980 colpì di striscio anche Napoli, i governi di Arnaldo Forlani e Giovanni Spadolini (entrambi, peraltro, a trazione meridionale) prima requisì una parte di abitazioni per portarci cinquemila sfollati, poi tollerò che le case fossero occupate da balordi di ogni risma in cerca di una casa al mare più che di un tetto sotto cui dormire. Insomma, a Castel Volturno furono assegnate e destinate quelle che Zigmunt Bauman chiama «le vite di scarto», prontissime a mescolarsi con l’antica criminalità organizzata di Casal di Principe e dell’Agro Aversano. Da lì al degrado è stato un attimo. Col tempo sono rimasti soltanto i nativi, ora vittime di una disoccupazione giovanile vicina al 90 per cento. I borghesi napoletani che avevano difeso le loro case fino alla metà degli anni Novanta, si sono arresi, fuggendo tutti, ma proprio tutti. La conseguenza dell’abbandono è un territorio di 72 chilometri quadrati martoriato da migliaia di edifici abbandonati, fatiscenti, facili da occupare e in preda dei clandestini. Non a caso, secondo varie inchieste giudiziarie, i pochi espulsi dall’Italia perché inneggianti all’Isis e al califfo Abu Bakr al-Baghdadi sono tutti perlomeno transitati da queste parti.

AFFARI DISPERATI

Tuttavia, la maggioranza dei migranti di Castel Volturno sono disperati pronti a qualsiasi manovalanza. Alcuni si arrangiano lavorando in nero nell’edilizia o nei campi agricoli del Nolano e del Casertano. Per il resto, rappresentano il migliore mercato del lavoro per la camorra. Lo dimostrano i dati dei carabinieri (il 90 per cento dei clandestini delinquono) e le decine di arresti per falsi, droga e prostituzione, tutti business appaltati dai Casalesi alle organizzazioni criminali africane.

I falsi (borse, bigiotteria, occhiali) finiscono nelle grandi città, da Milano a Napoli, e d’estate sulle spiagge dell’intero Stivale dove le acquistano ignare persone perbene (ma sono poi così ignare?), contribuendo così al fatturato della camorra. Droga e prostituzione, invece, si praticano sulla Domiziana. Qui gli spacciatori utilizzano anzitutto la «tecnica del passaggio»: si piazzano in due a una fermata dell’autobus, uno a piedi, l’altro in bicicletta. Il primo sale sulla macchina del cliente, il secondo recupera la droga depositata nei pressi della fermata. L’automobile percorre pochi metri e si stoppa, il ciclista arriva e consegna, il complice scende con i soldi in tasca, l’automobilista se ne va. Quanto alle squillo, le decine di ragazze su strada sono così giovani da risultare commoventi quando scimmiottano le pornodive.

LO STATO ASSENTE

Davanti a tutto questo, lo Stato poco fa e niente vede. Per esempio, la presunta integrazione degli immigrati è delegata (con soldi) alle solite associazioni private, vere o fasulle. Il Comune di Castel Volturno, invece, è allo stremo: al momento conta 55 milioni di euro di debiti sulle spalle, accumulati nel passato anche da amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose. Il municipio dispone di un solo assistente sociale, zero mediatori culturali e appena 14 vigili urbani, peraltro in età avanzata.

Quanto al  commissariato locale, è attivissimo ma dispone di poche volanti per controllare un territorio sterminato, sul quale insistono pure 30 chilometri di litorale. Ma più che nel resto, lo Stato che non vuole vedere si manifesta nella videosorveglianza. Annunciata in pompa magna, non funziona, le telecamere sono quasi sempre spente: si è scoperto in occasione di tre omicidi. Il commento del sindaco Russo è caustico: «I vari Graziano Delrio e Laura Boldrini sono concentratissimi sulla Casal di Principe del mio amico e collega Renato Natale. Casale, però, è stata soltanto la sede legale della camorra. Mentre la vera devastazione i boss l’hanno portata soprattutto tra noi».

CRIMINALI E MICROCRIMINALI

Un esempio, fra tanti, riguarda Paolo Diana, detto «Scarpone», imprenditore di Castel Volturno nel settore dei trasporti e del commercio di autoveicoli. Il Gico della Guardia di Finanza gli ha anche  sequestrato beni per oltre 21 milioni di euro: 24 fabbricati e 44 terreni tra Roma, Castel Volturno e Villa Literno; 2 automobili; 52 rapporti finanziari, 9 pacchetti azionari e 4 società. Non solo.

Secondo l’accusa, Diana forniva auto «pulite» per gli agguati di camorra, faceva da basista, ospitava nelle sue case di Castel Volturno latitanti e camorristi dai soprannomi espliciti: Domenico Bidognetti detto «Bruttaccione», Luigi Guida («’o drink»), Egidio Coppola («Brutus»). Sindaco, però lei ha sostenuto che quando la camorra era più forte, gli immigrati si comportavano meglio. «Garantendo tranquillità a tutti, i clan accumulavano prestigio. Ora, con i boss in carcere, si è moltiplicata la microcriminalità».

LA BATTAGLIA DEL SINDACO

Pur di aprire gli occhi di Roma e del mondo, Russo fa di tutto: abbatte i muri costruiti lungo le battigie per liberare gli accessi al mare; filma i vigili urbani infedeli al loro lavoro; induce due consigliere comunali a fingere di essere prostitute per incastrare i clienti. Sindaco, e se fosse illegale? «Farebbe nulla: sapevo che scegliendo questa vita una mezza dozzina di avvisi di garanzia mi sarebbero toccati. Tanto vale riceverli per far rinascere la mia città». Ma una via d’uscita c’è? «Il Comune nulla può fare, serve lo Stato. Bisogna convincere i napoletani a tornare qui in vacanza e a riappropriarsi delle case abbandonate, l’80 per cento del patrimonio edilizio, per sottrarlo ai clandestini. Insomma, occorre ritrovare normalità: finiamo il lavoro contro la camorra, perseguiamo i microcriminali e ripuliamo il territorio, a partire dal mare».

I REGI LAGNI

Le acque di Castel Volturno, infatti sono inquinate: è colpa dei Regi lagni. Costruiti sotto la dominazione spagnola del vicerè Pedro Fernández de Castro y Andrade, furono realizzati in appena sette anni, dal 1610 al 1616 (a proposito di efficienza dello Stato…). Rappresentano un’enorme rete fognaria lunga 56 chilometri, ampia 110 ettari, servono 99 comuni e circa due milioni e ottocentomila persone, industrie comprese. I problemi sono tanti. Il primo è che all’epoca degli spagnoli in quei 110 ettari abitavano 200 mila persone al massimo e, soprattutto, le industrie non esistevano.

Il secondo problema è che lungo il percorso la gran parte dei depuratori  non funzionano o funzionano male, e già dagli anni Novanta. Il terzo è che uno dei canali principali sfocia nel mare di Castel Volturno. Ed ecco perché l’Unesco  considera la città uno dei tre siti ambientali più devastati al mondo. Così Russo: «Sono due decenni che lo Stato promette di bonificare. Ma gli interventi sono a macchia di leopardo e servono relativamente. Invece ci vuole un grande piano ambientale». E se non arriverà «ci saranno azioni dimostrative enormi».

Auguri sindaco, i migliori auguri a lei e alla sua terra. Per il momento, però, mandanti ed esecutori dell’imboscata alla sua «California d’Italia» continuano liberamente ad accanirsi su un corpo già moribondo. Con l’aggravante che si continua a occultare la vittima: Castel Volturno, la Gomorra che nessuno vuole vedere.