Ultime news moda: Consuelo Castiglioni lascia Marni

Le ultime news moda hanno confermato i rumors:  Consuelo Castiglioni, lascia Marni l’azienda che ha creato 20 anni fa.

La voce girava insistente da tempo ed è stata confermata: Consuelo Castiglioni, fondatrice e anima creativa di Marni, lascia il marchio da lei fondato nel 1994.

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Il gruppo OTB, Only The Brave, di Renzo Rosso (Diesel, Maison Margiela, Marni, Viktor& Rolf, Dsquared2, Staff International), proprietario del brand dal 2012, ne ha dato oggi la conferma ufficiale.

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Al suo posto è stato nominato come direttore creativo Francesco Risso, stilista che ha un curriculum di tutto rispetto. Rizzo ha studiato all’Istituto Internazionale Polimoda di Firenze, al Fashion Institute of Technology di New York e alla Central Saint Martin di Londra. Importanti le sue esperienze sul campo in Anna Molinari, Alessandro Dell’Acqua, Malo e nel Gruppo Prada, dove ha lavorato alla collezione sfilata Prada donna e ai progetti speciali di brand endorsement. marni-francesco-rizzo-moda

Risso debutterà per le collezioni A/I 2017, uomo e donna.

La decisione, presa in comune accordo tra Castiglioni e Rosso, lascia un vuoto che appare difficile da colmare nel panorama creativo della moda contemporanea. Marni è un marchio chiaramente legato all’estetica personale e al gusto della propria creatrice.

Lo stile Marni è infatti improntato dalle origini sulla sensibilità di Consuelo Castiglioni . Marni senza di lei sarà per forza un’altra cosa.

Si può immaginare che diverrà una collezione più in linea con le logiche di un grande gruppo come OTB, che sarà meno di nicchia, e sicuramente privo del tocco personale della donna che lo ha creato e  reso quel che è adesso.

Era il 1994 quando la stilista ha inventato questo marchio, rivoluzionando il mondo della pelliccia.

Utilizzando l’esperienza dell’azienda di famiglia, la Ciwifurs, ha creato una linea improntata su canoni estetici precisi e molto personali, rivolgendosi a una donna anticonformista.

Marni nasce con il logo derivato dal nomignolo di una delle sue cognate, e il successo, per quanto di nicchia, è stato rapido e costante. Merito della capacità di Consuelo di mantenere la propria soggettiva visione di bellezza.

Lei ha sempre giocato abilmente su volumi, asimmetrie e cromatismi, sovrapposizioni, utilizzando tessuti improbabili e stampe insolite. Ha creato collezioni sofisticate che travalicano mode e tendenze.

E’ diventata un cult amato da fashion editor e da un ampio pubblico internazionale. Marni infatti sotto la sua guida, ha dato al panorama della moda italiana, uno stile unico, riconoscibilissimo e apprezzato nel mondo.

Oggi la sua dichiarazione alla stampa appare chiara e serena:

«Sono stati anni frenetici ed entusiasmanti», ha scritto, «che hanno assorbito tutte le mie energie per realizzare un progetto di cui sono orgogliosa. Grazie anche al supporto costante della mia famiglia che mi ha permesso di restare fedele alla mia idea, ho costruito un marchio con un’identità precisa e riconoscibile. È arrivato ora il momento di dedicarmi alla mia vita privata. Ringrazio tutti coloro che hanno creduto nel mio progetto e che mi hanno, con fedeltà e dedizione, aiutato in questo fantastico percorso».

Non ci resta che attendere quindi, augurando un buon lavoro a Risso e una buona vita a Consuelo.

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L’oncologia integrata è l’arma vincente contro i tumori

Nelle strutture sanitarie all’avanguardia i medici tradizionali e quelli esperti di terapie dolci scelgono insieme i trattamenti migliori per il tumore: cure che aiutano in tutte le fasi della malattia, dalla diagnosi in poi. Ecco i centri di eccellenza.

Operare il seno con un’anestesia dolce, che combina la classica inalazione, l’agopuntura e l’omeopatia. È successo per la prima volta all’Ospedale Santa Chiara di Pisa ed è solo l’ultimo e più eclatante esempio della nuova frontiera del trattamento dei tumori: l’oncologia integrata. Che associa le terapie naturali alle tradizionali cure anticancro per ridurne gli effetti collaterali, potenziarne l’efficacia e migliorare la qualità della vita dei malati. All’estero è già una realtà. Facciamo il caso del prestigioso Sloan Kettering Memorial Cancer Center di New York, dove esiste da anni un servizio dimedicina integrata: qui oncologi tradizionali e medici esperti nelle varie medicine complementari lavorano fianco a fianco per curare il malato con tutte le migliori armi a disposizione.

In Toscana è già una realtà

Adesso in Italia stanno nascendo servizi ospedalieri di oncologia integrata. Toscana in testa, dove le medicine complementari sono già state inseriti nei Lea (livelli essenziali di assistenza), cioè le prestazioni che vengono passate dal Servizio sanitario nazionale. «Che queste terapie siano un buon supporto per le cure anticancro lo ha sancito anche una delibera regionale in via di applicazione» spiega il dottor Elio Rossi, responsabile dell’ambulatorio di omeopatia dell’ospedale Campo di Marte di Lucca e autore, insieme ad altri nove medici, del libro Le medicine complementari per il paziente oncologico (Felici edizioni). «Da prove d’efficacia condotte su 273 malati di tumore curati anche con omeopatia, fitoterapia e agopuntura è risultato che il 70 per cento ha ottenuto dei miglioramenti significativi nella riduzione degli effetti collaterali e nella qualità della vita». Le cure dolci sono di grande aiuto in tutte le fasi della malattia: per superare lo choc della diagnosi, prima e durante le terapie, e dopo. «Il paziente continua a essere seguito sia per riprendersi dai trattamenti sia per mantenere un equilibrio e prevenire così le ricadute» dice Rossi.

Si evitano disturbi in sala operatoria 

Anche l’intervento e il post operatorio sono più soft. Grazie all’anestesia integrata. «Sostituiamo gli oppiacei con agopuntura e omeopatia» spiega il dottor Filippo Bosco, medico anestesista referente per la medicina complementare al centro senologico dell’ospedale Santa Chiara di Pisa. «La sera prima dell’intervento si fa una seduta di agopuntura e si danno rimedi omeopatici come Arnica e Apis Mellifica. Prima di entrare in sala operatoria si ripete il trattamento di agopuntura, che alza la soglia del dolore e stimola la produzione di endorfine, analgesici naturali. Poi si tolgono gli aghi che possono intralciare l’operazione e si fa l’anestesia generale inalatoria». I vantaggi? «Senza gli oppiacei, durante l’intervento non si verificano episodi di tachicardia, bradicardia o ipotensione che richiederebbero il ricorso ad altri farmaci» dice il dottor Bosco. «E al risveglio si è subito presenti, senza quei disturbi tipici dell’anestesia tradizionale, come intontimento, nausea, vomito e prurito».

Si abbassa il rischio di ricaduta 

All’ambulatorio di medicina complementare pisano si ottengono grandi risultati anche per i vari problemi legati al tumore o alleterapie anticancro. «Oltre a omeopatia, agopuntura e fitoterapiautilizziamo anche i funghi medicinali» aggiunge il dottor Bosco. «E riusciamo a rendere più sopportabili, se non ad azzerare, i disturbi dovuti alla malattia o alle terapie. Non solo: con la micoterapia è possibile addirittura ridurre il rischio di metastasi e di ricadute. Grazie a integratori a base di principi attivi ad alta concentrazione che modulano il sistema immunitario e agiscono in sinergia con i chemioterapici».

Si curano sanguinamenti e lesioni

A due anni dalla nascita, all’ambulatorio di omeopatia della Breast Unit dell’ospedale Sacco di Milano è tempo di bilanci. «I risultati ottenuti nella prevenzione e nella cura degli effetti secondari delle cure anticancro sono molto positivi, tanto che ora stiamo concludendo uno studio per valutare l’efficacia dell’Arnica per i sanguinamenti dovuti all’intervento» dice il primario Fabio Corsi. Le cure dolci sono d’aiuto anche per gli effetti secondari della radioterapia. «Con una soluzione a base di acido citrico e bicarbonato le lesioni guariscono» assicura Alberto Laffranchi, medico dell’Istituto dei tumori di Milano e fondatore del gruppo di studio Meteco (Medicine e terapie complementari in oncologia).

Si usa la chemioterapia soft

Le terapie integrate vanno naturalmente prescritte da medici esperti, come sottolinea la dottoressa Maria Rosa Di Fazio, responsabile del servizio di Oncologia medica del Centro SH Health Service di San Marino. «L’arma vincente contro il cancro è l’associazione dei trattamenti tradizionali con quelli integrati» afferma la dottoressa Di Fazio, che applica il metodo dell’oncologo di fama internazionale Philippe Lagarde. «E lo specialista è il direttore d’orchestra che decide come combinare i vari trattamenti». Perché ogni malato è diverso e ogni tumore è differente. Il protocollo di cure va adattato al singolo paziente. «È quello che facciamo con il metodo Lagarde, che prevede anche una chemioterapia soft» dice l’esperta. «I farmaci vengono dati negli orari in cui sono più attivi e meno tossici e nell’arco di quattro-cinque giorni. Il tutto viene integrato da vitamine al 100% naturali, sali minerali e antiossidanti di altissima qualità. Il mix viene somministrato per via endovenosa, in modo che entri nelle cellule e venga assorbito al meglio». Lo scopo è potenziare l’azione della chemioterapia e ridurne la tossicità. Una volta a casa si continua la cura con gli integratori per via orale. Il risultato? «I nostri pazienti non perdono i capelli, gli altri effetti collaterali si riducono del 70 per cento e le terapie sono tollerate bene. Infine, prescriviamo diete personalizzate che tengono sotto controllo la malattia, evitando il rischio di ricadute» conclude l’oncologa.

Ecco i centri di eccellenza

Ambulatorio di medicine complementari dell’ospedale Campo di Marte di Lucca, tel. 0583 970618 oppure 0583449459

Ambulatorio di medicina complementare del Centro senologico (diretto dalla dottoressa Manuela Roncella) dell’ospedale Santa Chiara di Pisa, 

tel. 050993576.

Ambulatorio di terapie omeopatiche a supporto dei malati oncologici dell’Unità di senologia dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, tel. 0239042605.

Servizio di oncologia medica del Centro SH Health Service (Stato di San Marino, tel. 0549909654).

Servizio di medicina complemetare dell’ospedale di Merano, tel. 0473251400.

 

 

Vacanze sull’isola: Da Bora Bora a Mauritius, le 10 più belle

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L’isola più bella del mondo per una vacanza è nei Caraibi. Stiamo parlando di Providenciales, la più turistica dell’arcipelago di Turks & Caicos, territorio britannico d’Oltremare raggiungibile da Miami con volo interno (80 minuti). La classifica è stata stilata dagli utineti di TripAdvisor che hanno premiato l’isola caraibica con il primo posto nella classifica Travelers’ Choice Islands 2015.

I vincitori dei premi sono stati determinati con l’utilizzo tecnologico di un algoritmo che tiene conto della quantità e la qualità di recensioni e punteggi di hotel, attrazioni e ristoranti delle isole di tutto il mondo negli ultimi 12 mesi.

Nella top 10 non rientra nessun isola italiana. Per quanto riguarda l’Europa in classifica si trovano Grecia e Portogallo.

 

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Maui: Natura e sport
Dietro i Caraibi si piazzano le Hawaii con Maui. Gli utenti consigliano di godersi la natura con un’esplorazione delle foreste e delle cascate del Parco Nazionale di Haleakala. E poi sole e mare. Maui è perfetta anche per lo sport come windsurf e snorkeling.

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Roatán: immersioni e giardini
Torniamo nei Caraibi per la terza posizione di Roatán, isola dell’Honduras. Roatán è stata famosa per essere stata covo di pirati. Oggi invece è amata per la sua barriera corallina e per la natura. Gli utenti consigliano – naturalmente – mare, immersioni e pesca ma anche una tappa a Blue Harbor Tropical Arboretum, splendidi giardini tropicali di 160 acri che comprendono anche dodici cascate.

 

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Santornini: Case e spiagge bianche
Per la quarta posizione si arriva nel Mediterraneo con la greca Santorini. L’isola delle Cicladi è famosa per la sua grande laguna, i panorami mozzafiato e la vita notturna. E poi la Spiaggia Rossa, vicino ad Akrotiri, la Spiaggia Bianca e la vulcanica Spiaggia Nera di Kamari vacanza isola.

 

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Ko Tao: Spiagge mozzafiato
Quinto posto per la Thailandia con Ko Tao. L’isola piace per le sue colline coperte da foreste, le spiagge di sabbia bianca e le acque chiare abitate dalle tartarughe marine. I viaggiatori consigliano Sai Nuan Beach, «una baia spettacolare, pochissima gente nonostante fosse ferragosto, mare trasparente, sole e acqua caldissima. Uno spettacolo vero», commentano da Milano.

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Madeira: Capitale verde
Sesto posto per la portoghese Madeira, famosa per gli splendidi giardini e la capitale Funchal con i suoi palazzi e cattedrali antiche.

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Bali: spiaggia e templi
Settimo posto per l’indonesiana Bali, amata per le spiagge, la natura selvaggia della giungla punteggiata da templi e i resort dove riposarsi e dedicarsi alle lezioni di yoga.

 

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Mauritius: favolosa dentro e fuori
Ottava posizione per Mauritius nell’Oceano Indiano. Oltre alle spiagge gli utenti consigliano una tappa nell’entroterra, nella foreste delle Les Sept Cascades. Qui si fa trekking, si esplora la natura e si fa il bagno sotto le cascate. «Escursione molto bella. Da fare assolutamente, così da conoscere l’isola non solo per le spiagge. Si passa una bella giornata».

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Bora Bora: pesci a 700 colori
Nono posto per Bora Bora, nella Polinesia Francese. Bora Bora è un’isola remota dominata dal fotogenico profilo di un vulcano, una barriera corallina animata da oltre 700 specie di pesci colorati, e poi un laguna e una vegetazione rigogliosa.

 

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Fernando de Noronha: Spiaggia da conquistare
Chiude la classifica il Brasile con Fernando de Noronha. Qui si trova Baia do Sancho, la spiaggia più bella del mondo secondo gli utenti di TripAdvisor. La baia si raggiunge scendendo una scaletta nella roccia oppure camminando lungo un sentiero. vacanza isola Ma la fatica è ricompensata da una vista che «lascia senza fiato», secondo una viaggiatrice di Roma.

 

Un sogno non sempre a caro prezzo
TripAdvisor ha anche analizzato i costi medi di tutto l’anno di un soggiorno di una notte negli hotel nelle isole vincitrici dei Travelers Choice Islands 2015. Dalla ricerca emergono molte differenze di costi tra le mete. La più economica è Ko Tao in Thailandia dove si spendono 81 euro, segue Madeira con 82 euro. Al polo opposto si trova la prima in classifica. A Providenciales, Turks & Caicos, si devono mettere in conto 470 Euro, a Bora Bora 397 Euro.

Ricette con la bresaola: scopri i piatti della Valtellina

 

bresaola della Valtellina
la bresaola si gusta da sola accompagnata da pane di segale

Le ricette con la bresaola sono il piatto femminile per eccellenza. Magre, leggere, saporite, nutrizionalmente equilibrate. La bresaola è prodotta in Valtellina ancora come una volta, secondo un disciplinare che ne garantisce la qualità, certificato dal marchio IGP (identificazione geografica protetta) da un consorzio di 14 produttori.

Come si produce la bresaola

“Per fare la bresaola si utilizzano solo i migliori tagli del bovino adulto, come la punta d’anca” spiega il presidente del consorzio Mario della Porta. Il salume viene poi aromatizzato con un mix di sale e spezie e lasciato stagionare da 4 a 8 settimane per potere essere gustato al meglio. Il segreto di tanta bontà: l’esperienza dei produttori e l’aria dei monti della Valtellina.

Assaggia le ricette con la bresaola

In provincia di Sondrio, la bresaola si gusta “santa” accompagnata solo da pane di segale fatto in casa. Vietato il limone che la ossida e copre la delicatezza del sapore. Ma ci sono accostamenti molto più intriganti per portarla in tavola: con fettine di avocado o albicocche, basta che non siano troppo dolci, carpaccio di finocchi e fettine di fungo crudo o di mela.

I nuovi accostamenti con la bresaola

un crostino di polenta con bito e bresaola

Prova le ricette con la bresaola anche su un crostino di polenta con una spuma di formaggio Bitto, altra eccellenza valtellinese, su una bruschetta con del morbido scimudin (il formaggio fresco e delicato della zona) o in un cestino di grana con fettine di casera e qualche foglia di songino www.ctcb.it 

cestino di grana e bresaola

cestino di grana e bresaola

 

Prepara i pizzoccheri

L’ideale è servire la bresaola come entré a un piatto di pizzoccheri realizzati secondo l’antica ricetta dell’Accademia del pizzocchero di Teglio (So), www.accademiadelpizzocchero.it uno dei piatti più tradizionali della cucina valtellinese.

 

Prova la ricetta

 

i pizzoccheri della Valtellina con verza e patate
i pizzoccheri della Valtellina con verza e patate

 

La ricetta? E’ semplicissima. Ti servono:

• 400 g di farina di grano saraceno

•100 di farina farina bianca,

• sale

• 250 dl di acqua.

Su un piano infarinato prepara la fontana e versa piano l’acqua. Inizia ad impastare delicatamente gli ingredienti fino a formare una palla.

Tira la pasta

Ora è il momento più delicato: tira la pasta col matterello a 2 cm di spessore. Poi taglia delle fasce larghe 7-8 cm e, infarinandole nuovamente, sovrapponile tra di loro. Il lavoro è praticamente finito: taglia delle strisce spesse 2 cm e i tuoi pizzoccheri sono pronti.

Porta i pizzoccheri in tavola

Ti basta farli bollire in una pentola di acqua salata per pochi minuti e condirli a strati in una teglia con patate, verze e burro di alpeggio. Se non è stagione, le verze puoi sostituirle con fagiolini, biete, spinaci o altre verdure a foglia verde.

Abbina il vino

Le ricette con la bresaola e i pizzoccheri sono golosità assoluta, perfetta per un weekend invernale per una cena con gli amici. E come vino? Niente rosso, soprattutto se strutturato e tannico che prevaricherebbe le spezie e i profumi di questo salume. Sarà strano ma le ricette con la bresaola sono da accompagnare con un calice di prosecco o un bianco secco, come un nebbiolo bianco. Tutt’al più è concesso un vino di valle, leggero, non particolarmente profumato. Vuoi provare altre ricette? Vai su www.consorziodellavaltellina.it

Chef migliori, le loro ricette sono su Netflix

Gli chef migliori del mondo e le loro ricette sono su Chef’s tablela serie di documentari di cucina di Netflix, a firma di David Gelb.

Se la prima stagione era già abbastanza speciale (c’era anche Massimo Bottura, che in questi giorni è diventato una specie di numero uno al mondo), la seconda ha accentuato ancora di più i punti forti dello show: estetica foodporn e grandi storie personali degli chef protagonisti.

Ogni stagione ci sono 6 episodi, questa è, senza tante parole, la discutibile classifica dal migliore al peggiore.

1. DOMINIQUE CRENN DI ATELIER CRENN, SAN FRANCISCO, USA.
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Tra gli chef migliori c’è lei: ragazza francese, adottata, dolcissima, misteriosa, apparentemente con una vita solo per il suo ristorante, anzi ristoranti (ha anche un bistrot, Petit Crenn).

Serve menù presentati come poesie, prima donna a prendere due stelle Michelin. Nel documentario si dilunga sul padre che non c’è più, le telecamere la seguono in Francia, ci sono continuamente foto di lei da piccola. Poi tutto si connette: ogni foto sembra spiegare ognuno dei suoi piatti. Merita, e poi gli altri chef migliori sotto hanno già avuto le loro soddisfazioni.

Best quote: «It’s not about us creating dishes. It’s about connecting everything, from the start to the finish».

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Best dish: Non importa, come dice lei. Ma lHoney apiary qui sopra non sembra male.

2. GRANT ACHATZ DI ALINEA, CHICAGO, USA.

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Lui è il vero numero uno della serie. Molto cuoco, moltissimo artista. Cucina genere “oltre”: ti fa mangiare su cuscini che liberano profumo di noce moscata, oppure serve palloncini di zucchero.

Storia pazzesca: gli diagnosticano un tumore alla bocca, lo danno per spacciato, trova quasi per caso una cura sperimentale, cucina avendo perso il senso del gusto per mesi, poi lo ritrova.

Nel frattempo chiede al suo executive chef, Mike Bagale, di realizzare un palloncino commestibile. Lui ce la fa. Meriterebbe anche lui di essere tra gli chef migliori. 

Best quote: «All chefs want to be known for using a knife. Cutting, creating, sautéing… doing all of that. But maybe that’s not the most important thing. Maybe the most important thing is taking the idea, that little nugget, and handing it to someone else. And the next thing you know, someone is holding a balloon».

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Best dish: Tropical fruit with rum, vanilla, kaffir lime. Ovviamente servito direttamente sul tavolo. I tipi di Chef’s Table ne hanno fatto l’immagine di copertina della serie.

3. ALEX ATALA, D. O. M., SAN PAOLO, BRASILE.

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Lui è diventato davvero una star. Di questi primi tre cuichi, è forse quello da cui mangerei più volentieri. Ex punk, diventa il messia della nuova cucina brasiliana, usando solo ingredienti locali.

Il documentario inizia con un suo sogno, fatto una sera dopo che aveva preso troppi acidi (vedi frase sotto). Poi:

  • Al 7° minuto sgozza un gallo come se stesse sbucciando una banana.
  • Al 13° copre d’oro una formica amazzonica.
  • Al 15° si fa una cucchiaiata di salsa di formiche che sanno di lemongrass.
  • Al 26° squama con un coltello di mezzo metro un enorme pesce Pirarcu.
  • Al 36°, tra una lezione sulla tapioca e i suoi derivati, si fa pure un match di judo contro un malcapitato e un bagno nudo e tatuato in acque amazzoniche.
  • Si fa due cuori di palma abbattendosi da solo l’alberello.
  • Gran finale sulla storia dei suoi tatuaggi (mica pochi).

Best quote: «A plant has a circle. A seed becomes a plant that has a flower, it transforms into a fruit. The fruit drops. There’s another seed… and the seed grows again. This is a circle. And I said: “I see. I understand. But why did you show me the flower?”. And he said: “The flower is the moment that we live, the most beautiful moment of the circle. The most beautiful moment. Contemplate this”».

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Best dish: The Amazonian Ant. Ma anche il Pirarcu con farina di manioca, tucupi e tapioca.

GLI ALTRI CHEF MIGLIORI, MA FUORI DAL PODIO

  • Uno è Gaggan Anand, del Gaggan di Bangkok, Thailandia. Indiano che trova fortuna in Thailandia. Decide di fare cucina prog indiana, s’indebita, perde un fratello, va a studiare al Bulli, ma alla fine ce la fa.
  • Enrique Olvera, del Pujol di Città del Messico, in Messico, è praticamente il re della tortilla sofisticata. Anche lui ha un debole per le formiche, che usa per una salsa in cui stufa del mais.
  • Ana Ros, di Hiša Franko, a Kobarid, in Slovenia è una talentuosa chef, in piccolo paese di piccolo Paese. Delicata, acuta, sofisticata. Unica pecca: meriterebbe una stella Michelin, ma in Slovenia non ne danno (ma sarà vero?). Marito sommelier che appare un bel po’ saccente. Contenta lei.

Il trailer di Chef’s Table Season 2 e il link per vedere tutti i video su Netflix.

Organizzare l’email: 5 regole per non stressarsi

Ricevere, aprire e leggere centinaia di messaggi di posta elettronica ogni giorno è una grande fonte di stress. E se impari a organizzare la tua email i livelli di tensione si abbassano.

Lo dice uno studio pubblicato di recente dall’istituto di ricerche Future Work Center di Londra. Secondo gli psicologi il costante susseguirsi di bip, vibrazioni e notifiche su computer e smartphone causa un forte aumento della tensione e delle preoccupazioni.

Tanto che alcune aziende, come Telecom Francia per esempio, hanno chiesto ai dipendenti di non consultare la cartella in entrata la sera o nei weekend e Richard Branson, magnate della Virgin, ha vietato la mail per almeno due ore nel corso di una settimana lavorativa.

Anche tu vuoi trovare un modo per sopravvivere alle email personali e di lavoro che intasano il tuo account? Ecco cinque regole che puoi mettere subito in pratica.

fissare orari precisi per leggere la mail è la prima soluzione per organizzarsi
Lasciare che sia la mail a stabilire la timetable della giornata è pericoloso.
  1. Fissa degli orari

Arrivi in ufficio, apri il tuo account e in un attimo si è fatto mezzogiorno. «L’email è un vampiro di tempo e attenzioni» dice Massimo Perciavalle, psicologo del lavoro e coautore del libro Offline è bello (Franco Angeli). «Il consiglio è quello aprirla a orari stabiliti. Magari alle undici del mattino per evitare che sia lei a stabilire tempi e priorità della giornata».

 

2. Segui la regola dei 2 minuti

Pensi che l’email possa esserti utile in futuro? Archiviala. «Altrimenti, se la risposta che richiede è veloce, scrivila subito e invia. Tenerla aperta sulla scrivania occupa spazio, fisico e mentale» suggerisce l’esperto.

Gmail permette di organizzare le mail grazie a delle etichette
Una schermata di Gmail

 

 

 

 

 

 

 

3. Dimentica lo zero

Molte persone si affannano nel cancellare e rispondere alle email per avere la cartella in entrata che segna zero. Può dare soddisfazione sì, ma perché scomodarsi? «Meglio ignorare ciò che non ci interessa leggendo semplicemente l’oggetto che riporta» prosegue lo psicologo del lavoro. Non usare la cartella destinata alla posta in arrivo come fosse un archivio, lasciando che tutti i messaggi ricevuti vadano lì a depositarsi per sempre. Organizza il resto con etichette, filtri e cartelle dedicate a temi, clienti, fornitori Spendi invece qualche minuto per disiscriverti Da newsletter, mailing list e social network che non ti interessano più. E disattiva le notifiche, soprattutto sul tuo smartphone».

Colleghi in ufficio alla loro scrivania
Colleghi in ufficio alla loro scrivania

 

 

 

 

 

 

 

4. Lascia che aspettino

Spesso le persone fanno domande a cui potrebbero rispondere anche da sole. È il caso di molti colleghi che siedono a solo due scrivanie dalla tua e ti sommergono di richieste. «In questo caso rispondere con un po’ di ritardo è utilissimo» afferma Charles Cuhigg, giornalista vincitore del premio Pulitzer e autore del best seller americano Smarter, Faster, Better. The secrets of being productive (Paperback Edition, 10 euro). «Se il problema invece è urgente torneranno di nuovo da te, altrimenti troveranno una soluzione da soli».

5. Delega ad altri

Non è detto che tutti i messaggi che arrivano nella tua casella di posta prevedano che sia tu a dover fare qualcosa. «Se hai la possibilità di delegare o se c’è un’altra persona che ritieni più adatta di te a svolgere quel compito, evita del tutto di prendertene carico. Scrivi una email e non occuparti più di quel problema» conclude Massimo Perciavalle.

 

 

 

Vincere il cancro: Michela Murgia racconta Chirù e la malattia

Lunedì 24 ottobre uscirà in libreria Chirù. E’ il nuovo romanzo di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi, a sei anni da Accabadora con cui la scrittrice sarda ha vinto il premio Campiello. Ma è anche la conseguenza di un evento forte e difficile accaduto a Murgia, che dice: «È il libro che ho deciso di scrivere quando ho saputo di avere un cancro». In questa intervista Michela Murgia racconta il suo nuovo romanzo, la sua malattia e com’è stato vincere il cancro.

vincere il cancro michela murgia

 

La malattia

«Ho scoperto di avere il cancro durante la campagna elettorale (Michela Murgia è stata candidata per Sardegna Possibile alla presidenza della Regione Sardegna nel 2014, ndr). E non ne ho parlato. Non volevo pietà, non volevo essere accusata di sfruttare la malattia.

Improvvisamente mi sono scontrata con un qualcosa che non potevo controllare. I medici dicono: “Il tumore è messo così, andiamo a tentoni, non sappiamo che risultati darà la cura. Bisogna aspettare”. E tu davvero puoi solo aspettare.

Il tuo tempo diventa un tempo d’attesa. Dell’ultimo esame, degli esiti della chemioterapia… Io, che trovo insopportabile persino fare la fila alla posta, mi sono trovata a fare la fila per la mia vita».

«È stato un bene che fossi presissima dal progetto politico di Sardegna Possibile, perché se non avessi avuto altro pensiero che la malattia, mi sarebbe successo quello che succede a molti altri malati: tu non hai il cancro, tu diventi il cancro.

E parli solo di quello, di come ti senti, del fatto che stai perdendo i capelli per la chemio. Io, invece, mi alzavo la mattina e pensavo al comizio, alla gente da incontrare, alla sintesi politica da fare, all’aereo da prendere».

Il nuovo romanzo

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Chirù (Einaudi) di Michela Murgia esce nelle librerie il 24 ottobre 2016.

Chirù è la storia di un giovane violinista e del suo rapporto con Eleonora, un’attrice che diventa per lui una “madre spirituale”.

«L’ho scritto per raccontare cose che pensavo di dover invecchiare prima di poter narrare. Invece mi sono trovata a chiedermi quanto tempo avessi ancora davanti.

Ad affrontare l’idea che quello potesse essere il mio ultimo lavoro.

Mentirei se ti dicessi che è un libro autobiografico, ma ha in sé molto della mia vita».

«Anche se la protagonista Eleonora non mi somiglia molto. È una donna con tante fratture non risolte che pensa di riscattare con il successo.

Una ragazza di provincia che, all’inizio, si confronta con il mondo difficile della recitazione. E indossa, una dopo l’altra, tante maschere, diventando così brava da permettersi di insegnarle a Chirù.

A questo ragazzo che le capita in mano e la guarda ammirato e le dice: “Quello che fai lo voglio fare anch’io”. Tra loro si stringe un patto che è un po’ come un’associazione a delinquere. Tutti e due hanno qualcosa da chiedere all’altro, e non sempre è una cosa legittima».

Cosa hanno in comune Chirù e Accabadora

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Accabadora, il romanzo con cui Michela Murgia ha vinto il premio Campiello nel 2010.

«Nei due libri c’è il concetto che di mamma non ce n’è una sola e che i figli non sono solo quello che i genitori di sangue vedono. Ma sono un sacco di altre cose che possono vedere altri».

«Chirù parla del rapporto educativo tra una donna adulta e un ragazzo. È insolito, vero? Siamo abituati all’idea del padre spirituale, mentre le donne sono condannate a essere madri di sangue oppure a non essere madri affatto, se non a rischio di essere sospettare di avere secondi fini».

«Eppure c’è tanta ricchezza nell’allargare il respiro della genitorialità.

Io non ho figli, ma ho un’eredità da lasciare: quello che so fare, quello che ho visto, quello che ho imparato a chi andrà?

A nessuno? No. Andrà ai figli degli altri, se c’è qualcuno che vorrà imparare».

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Michela Murgia con il marito Manuel Persico il giorno del loro matrimonio nel 2010. Si sono separati nel 2015.

Vincere il cancro

«Ho scritto Chirù e, insieme, sono riuscita a vincere il cancro. Come succede a tanti.

Capita a moltissimi di ammalarsi di tumore e di uscirne vivi. Dovremmo metterci tutti insieme noi sopravvissuti, e parlarne, e farlo sapere che il cancro non è un “male incurabile”. Invece ti resta attaccato una specie di pudore. Forse perché dal cancro, anzi dall’idea di cancro, non si guarisce mai.

I medici ti dicono: “Tutto ok, il male non dà segni di vitalità”. Sì. Tu però sai che il tumore è come un signore che, seduto su una panchina, se ne va dimenticando il giornale. Potrebbe tornare a prenderlo in qualsiasi momento. O non tornare mai. Da lì ho deciso che voglio vivere tutto. Ho addosso quello che Carmen Consoli, in una canzone, chiama “il senso spietato del non ritorno”».

Un libro nuovo, una vita nuova

«Esci da un tumore e devi rimettere ordine nella scala dei tuoi valori. Fai i conti con le scelte fatte e ti chiedi: “E se non avessi tutto il tempo che credevo? Se me ne restasse poco, sono sicura di volerlo vivere così? O ho ancora qualcosa da chiedere e da dare?”».

«Ho parlato con mio marito. Ci siamo detti: ci siamo voluti bene, non ci siamo mai fatti del male, ci siamo sempre appoggiati l’uno all’altro. Ma il nostro rapporto non è più un matrimonio. È amicizia, è un patto di reciproco sostegno, è complicità. Entrambi siamo ancora giovani, lui più di me, e forse è giusto chiedere alla vita qualche altra cosa. Così ci siamo separati. Oggi ho un amore nuovo e bellissimo. Ma di questo non ti dico nulla».

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Michela Murgia con Marcello Nardis. Tra la scrittrice sarda e il cantante lirico ci sarebbe una relazione.

 

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