Vincere il cancro: Michela Murgia racconta Chirù e la malattia

Lunedì 24 ottobre uscirà in libreria Chirù. E’ il nuovo romanzo di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi, a sei anni da Accabadora con cui la scrittrice sarda ha vinto il premio Campiello. Ma è anche la conseguenza di un evento forte e difficile accaduto a Murgia, che dice: «È il libro che ho deciso di scrivere quando ho saputo di avere un cancro». In questa intervista Michela Murgia racconta il suo nuovo romanzo, la sua malattia e com’è stato vincere il cancro.

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La malattia

«Ho scoperto di avere il cancro durante la campagna elettorale (Michela Murgia è stata candidata per Sardegna Possibile alla presidenza della Regione Sardegna nel 2014, ndr). E non ne ho parlato. Non volevo pietà, non volevo essere accusata di sfruttare la malattia.

Improvvisamente mi sono scontrata con un qualcosa che non potevo controllare. I medici dicono: “Il tumore è messo così, andiamo a tentoni, non sappiamo che risultati darà la cura. Bisogna aspettare”. E tu davvero puoi solo aspettare.

Il tuo tempo diventa un tempo d’attesa. Dell’ultimo esame, degli esiti della chemioterapia… Io, che trovo insopportabile persino fare la fila alla posta, mi sono trovata a fare la fila per la mia vita».

«È stato un bene che fossi presissima dal progetto politico di Sardegna Possibile, perché se non avessi avuto altro pensiero che la malattia, mi sarebbe successo quello che succede a molti altri malati: tu non hai il cancro, tu diventi il cancro.

E parli solo di quello, di come ti senti, del fatto che stai perdendo i capelli per la chemio. Io, invece, mi alzavo la mattina e pensavo al comizio, alla gente da incontrare, alla sintesi politica da fare, all’aereo da prendere».

Il nuovo romanzo

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Chirù (Einaudi) di Michela Murgia esce nelle librerie il 24 ottobre 2016.

Chirù è la storia di un giovane violinista e del suo rapporto con Eleonora, un’attrice che diventa per lui una “madre spirituale”.

«L’ho scritto per raccontare cose che pensavo di dover invecchiare prima di poter narrare. Invece mi sono trovata a chiedermi quanto tempo avessi ancora davanti.

Ad affrontare l’idea che quello potesse essere il mio ultimo lavoro.

Mentirei se ti dicessi che è un libro autobiografico, ma ha in sé molto della mia vita».

«Anche se la protagonista Eleonora non mi somiglia molto. È una donna con tante fratture non risolte che pensa di riscattare con il successo.

Una ragazza di provincia che, all’inizio, si confronta con il mondo difficile della recitazione. E indossa, una dopo l’altra, tante maschere, diventando così brava da permettersi di insegnarle a Chirù.

A questo ragazzo che le capita in mano e la guarda ammirato e le dice: “Quello che fai lo voglio fare anch’io”. Tra loro si stringe un patto che è un po’ come un’associazione a delinquere. Tutti e due hanno qualcosa da chiedere all’altro, e non sempre è una cosa legittima».

Cosa hanno in comune Chirù e Accabadora

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Accabadora, il romanzo con cui Michela Murgia ha vinto il premio Campiello nel 2010.

«Nei due libri c’è il concetto che di mamma non ce n’è una sola e che i figli non sono solo quello che i genitori di sangue vedono. Ma sono un sacco di altre cose che possono vedere altri».

«Chirù parla del rapporto educativo tra una donna adulta e un ragazzo. È insolito, vero? Siamo abituati all’idea del padre spirituale, mentre le donne sono condannate a essere madri di sangue oppure a non essere madri affatto, se non a rischio di essere sospettare di avere secondi fini».

«Eppure c’è tanta ricchezza nell’allargare il respiro della genitorialità.

Io non ho figli, ma ho un’eredità da lasciare: quello che so fare, quello che ho visto, quello che ho imparato a chi andrà?

A nessuno? No. Andrà ai figli degli altri, se c’è qualcuno che vorrà imparare».

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Michela Murgia con il marito Manuel Persico il giorno del loro matrimonio nel 2010. Si sono separati nel 2015.

Vincere il cancro

«Ho scritto Chirù e, insieme, sono riuscita a vincere il cancro. Come succede a tanti.

Capita a moltissimi di ammalarsi di tumore e di uscirne vivi. Dovremmo metterci tutti insieme noi sopravvissuti, e parlarne, e farlo sapere che il cancro non è un “male incurabile”. Invece ti resta attaccato una specie di pudore. Forse perché dal cancro, anzi dall’idea di cancro, non si guarisce mai.

I medici ti dicono: “Tutto ok, il male non dà segni di vitalità”. Sì. Tu però sai che il tumore è come un signore che, seduto su una panchina, se ne va dimenticando il giornale. Potrebbe tornare a prenderlo in qualsiasi momento. O non tornare mai. Da lì ho deciso che voglio vivere tutto. Ho addosso quello che Carmen Consoli, in una canzone, chiama “il senso spietato del non ritorno”».

Un libro nuovo, una vita nuova

«Esci da un tumore e devi rimettere ordine nella scala dei tuoi valori. Fai i conti con le scelte fatte e ti chiedi: “E se non avessi tutto il tempo che credevo? Se me ne restasse poco, sono sicura di volerlo vivere così? O ho ancora qualcosa da chiedere e da dare?”».

«Ho parlato con mio marito. Ci siamo detti: ci siamo voluti bene, non ci siamo mai fatti del male, ci siamo sempre appoggiati l’uno all’altro. Ma il nostro rapporto non è più un matrimonio. È amicizia, è un patto di reciproco sostegno, è complicità. Entrambi siamo ancora giovani, lui più di me, e forse è giusto chiedere alla vita qualche altra cosa. Così ci siamo separati. Oggi ho un amore nuovo e bellissimo. Ma di questo non ti dico nulla».

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Michela Murgia con Marcello Nardis. Tra la scrittrice sarda e il cantante lirico ci sarebbe una relazione.

 

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