Egitto: l’incidente aereo Egyptair e le minacce al governo

Egitto: incidente aereo
Ansa

In Egitto, sull’episodio dell’aereo egiziano della compagnia Egyptair precipitato tragicamente nel Mediterraneo, in assenza di rivendicazioni e in attesa di evidenze dalle indagini, non è ancora possibile determinare la dinamica dell’incidente aereospeculare sull’attentato puntando il dito contro eventuali autori.

Tuttavia, resta evidente che in Egitto è in atto da tempo un tentativo ragionato e di ampio respiro per portare il paese al collasso e sostituire il governo attuale con una nuova e diversa realtà.
Se fosse confermata la pista dell’attentato, ad esempio, sarebbe verosimile la volontà di destabilizzare la leadership di Al Sisi: minacciare il governo in carica facendo fuggire il turismo, piegando l’economia e raccontando al mondo che il paese non è più un posto sicuro.

Sotto tale peso, il governo potrebbe cadere in un futuro neanche troppo lontano. E non necessariamente attraverso una rivoluzione islamica, ma ad esempio con un impeachment del presidente o simili colpi di palazzo (si veda la vicenda delle isole strategiche di Tiran e Sanafir in Mar Rosso, vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita secondo un iter di dubbia costituzionalità).

La strategia per destabilizzare l’Egitto, infatti, va avanti anche senza una complicità diretta in questa ennesima tragedia dei cieli. E i suoi promotori sono rintracciabili tanto nella Fratellanza Musulmana, quanto nello Stato Islamico nel Sinai e, ancora, nelle lotte intestine tra i servizi segreti egiziani. Un mix che potrebbe esplodere in mano al regime dei militari.

I possibili responsabili dell’attentato: la Fratellanza

Come noto, l’Egitto è cerniera tra Africa e Medio Oriente e l’ultimo vero argine alla proliferazione del jihadismo islamico.

Solo una dittatura militare si frappone oggi al caos istituzionale. Certo, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, ex generale e autore del colpo di stato che ha deposto un presidente eletto, non è un campione di democrazia.

È lui ad aver destituito dal potere un presidente, Mohammed Morsi, espressione di quella Fratellanza Musulmana che promuoveva un’ideologia islamica radicale e che, come primo atto, aveva imposto una nuova costituzione dove la Sharia, la legge islamica, diveniva la principale fonte giuridica.
La Fratellanza, o Fratelli Musulmani, è il movimento islamico più antico e diffuso in tutto il mondo arabo, nonché organizzazione politica bandita in numerosi paesi per la pericolosità dei suoi proponimenti.

Fondata in Egitto nel 1928 da Hassan Al Banna, segue rigorosamente la legge islamica e persegue la sua piena applicazione, in contrapposizione alla secolarizzazione e all’Occidente corrotto.

I Fratelli Musulmani sono illegali dal 1954, in seguito all’accusa di aver assassinato Nasser. Da allora, sono sempre stati considerati illegittimi in Egitto e, nel 1966, l’ideologo del movimento Sayyid Qutb è stato persino impiccato e i Fratelli perseguitati.

Ma già dagli anni Settanta, i Fratelli sono riusciti a entrare in politica, insinuandosi sotto diverse sigle politiche. Oggi il leader è Muhammad Badi, ottava Guida della Fratellanza.

Il generale Al Sisi, che ha servito a lungo nei servizi segreti e ben conosce le potenzialità dell’organizzazione, in seguito alle primavere arabe e ai disordini che ne sono seguiti, nel luglio 2013 ha deciso di forzare la mano, intervenendo manu militari per disperdere il potenziale politico accumulato dal presidente Morsi ed evitare di consegnare l’Egitto all’Islam radicale.
Questo lo ha reso un obiettivo privilegiato della Fratellanza, che si ripromette di tornare al potere non appena possibile, usando con ogni mezzo.

Lo Stato Islamico nel Sinai

Il terrorismo di matrice islamista in Egitto si caratterizza per l’interesse rivolto all’interno dei propri confini nazionali, come dimostra anche il numero relativamente basso di foreign fighters di origine egiziana che si sono uniti alla Jihad in Siria, Iraq e Libia (sarebbero appena 360).
L’attività terroristica di matrice jihadista si è intensificata in Egitto dopo la deposizione dell’ex presidente Mohamed Morsi nel luglio del 2013.

Tra le più pericolose sigle jihadiste della regione vi sono le cellule che operano nella penisola del Sinai, oggi riunite sotto la bandiera del Wilayat Sinai, ovvero la “provincia dello Stato Islamico nel Sinai”.

Su tutte emerge Ansar Beyt al-Maqdis, sigla che ha firmato una lunga serie di attentati contro le forze di sicurezza e gli apparati militari nel nord del Sinai dal 2013 e che oggi, confluendo nello Stato Islamico, ha compiuto un ulteriore salto di qualità con l’abbattimento dell’aereo della compagnia russa Metrojet dello scorso ottobre (224 morti).

Questi miliziani si dedicano anche al traffico d’armi verso la striscia di Gaza in favore dei palestinesi di Hamas.
I tentativi dell’intelligence militare egiziana di infiltrare tali gruppi jihadisti per distruggerli dall’interno, sinora sono stati un sostanziale fallimento.

Ciò dimostra quanto il radicamento dello Stato Islamico nel Sinai sia sempre più capillare e quanto il gruppo sia stato abile nello stringere rapporti diretti con i capi delle tribù locali.

Liberi di agire impunemente, essi costituiscono ormai una delle più serie minacce per la tenuta delle istituzioni egiziane.

L’intelligence d’Egitto

Già all’epoca del presidente Nasser, i servizi segreti egiziani erano suddivisi in tre organismi: il Servizio d’Informazioni per la Sicurezza dello Stato; il Servizio d’Informazioni Generali (GIS); la Direzione dei Servizi Militari e d’Indagine.
II Servizio d’Informazioni per la Sicurezza dello Stato, fondato nel 1913, si occupa della tutela della sicurezza interna.

Nel 1954 fu posto alle dipendenze del Ministero dell’Interno, divenendo l’organismo d’intelligence numericamente più consistente della Repubblica, con un organico di quasi centomila uomini rivolti principalmente al controllo dell’opposizione politica.

II 15 marzo 2011, dopo la conquista del potere da parte dei Fratelli Musulmani, ne è stata disposta la soppressione e il suo direttore è stato arrestato. Dopo il golpe di Al Sisi, il Servizio Informazioni è stato però ricostituito e ha preso il nome di Servizio di Sicurezza Interna (EHS).
Il Servizio d’Informazioni Generali (GIS), comunemente e genericamente definito “Mukhabarat”, si occupa sia di controspionaggio sia delle attività informative all’estero. Ritenuto il più efficiente tra i Servizi egiziani, è quello su cui fa più affidamento il governo per l’azione di contrasto ai Fratelli Musulmani e ai gruppi operanti nel Sinai.

Come scrive Mario Mori nel libro Servizi e Segreti “iI GIS opera normalmente con la spregiudicatezza tipica dei Servizi emanazione di regimi totalitari”.
La Direzione dei Servizi Militari e d’Indagine è infine il servizio segreto che, oltre all’attività di ricerca offensiva e difensiva a fini militari, si coordina con la polizia militare per garantire la sicurezza delle installazioni strategiche, dalle caserme al personale delle Forze Armate.

È un corpo imponente e prestigioso, che ha partorito alcuni tra i militari più rilevanti dell’esercito egiziano, tra i quali lo stesso presidente Al Sisi, che via ha servito tra il 2010 e il 2012.
Se questi servizi sono pervasivi nella società egiziana e non si peritano a usare la mano pesante nei confronti della popolazione avendo poteri pressoché illimitati (si veda il caso Regeni), al tempo stesso però non costituiscono un blocco unito.

Al contrario, oggi sono in guerra aperta tra loro, chi per ragioni di affermazione personale, chi per il mantenimento dei propri privilegi, chi per sostituirsi al potere. Anche la lotta tra queste fazioni potrebbe rivelarsi fatale alla stabilità del governo di Al Sisi.